Il “libro nero” di Epstein, quel video del maggiordomo che l’Fbi non seppe usare e gli inviti per Rula Jebreal
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Redazione Esteri
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Correvano i primi mesi del 2009 quando Alfredo Rodriguez, l’uomo che a Palm Beach faceva da bancomat umano per Jeffrey Epstein e che delle abitudini del padrone sapeva forse più di chiunque altro, sedette davanti a un tavolo con l’intenzione di monetizzare l’unica garanzia che credeva di avere. Quella garanzia, un’agendina nera fitta di numeri e nominativi – alcuni dei quali, come lui stesso avrebbe detto all’agente sotto copertura dell’Fbi che gli sedeva di fronte, appartenevano a ragazze minorenni – rappresentava per Rodriguez una polizza sulla vita più che un semplice taccuino -9. Lui, che temeva di fare la fine di chi sapeva troppo e che era convinto che Epstein potesse farlo sparire da un momento all’altro, cercò di piazzare il malloppo per cinquantamila dollari -1. Il filmato di quella trattativa, rimasto per anni negli archivi e pubblicato dalla Cnn nel quadro dell’ennesima ridda di carte giudiziarie note come Epstein files, mostra un dettaglio che il Dipartimento di Giustizia, con l’amministrazione Trump nuovamente alla guida del paese, ha dovuto correre ai ripari per oscurare: il volto dell’infiltrato, rimasto scoperto nella versione iniziale del documento -1.
Nel corso dei quarantacinque minuti di riprese, poi diffuse e prontamente modificate per tutelare l’identità dell’operativo, Rodriguez sfoglia con sicurezza le pagine e racconta di un database parallelo, custodito secondo lui nel computer di Ghislaine Maxwell, nel quale figuravano immagini di giovani modelle dell’Est – Svezia, Romania, Cecoslovacchia – ritratte senza veli e spesso ancora munite di apparecchi ortodontici -9. Non fornì mai prove concrete di quell’archivio, eppure le sue parole, raccolte in un contesto investigativo già avviato da anni, dipingevano una dinamica di reclutamento sistematico nella quale l’ex compagna di Epstein agiva da esploratrice per conto del finanziere. Rodriguez, che per sei mesi aveva lavorato a El Brillo, la villa di Palm Beach, conosceva la routine: le ragazze venivano accompagnate a fare shopping, intrattenute con regali, iPods e fiori; lui stesso le pagava in contanti prima di accompagnarle all’uscita, e gli capitava di dover ripulire le stanze dopo i massaggi, raccogliendo preservativi usati e vibratori -9. L’Fbi era già entrata in possesso di molte di queste informazioni, ma il libretto nero – quello stesso che Rodriguez aveva sottratto e custodito gelosamente – non arrivò nelle mani degli inquirenti prima del 2009, e quando finalmente accadde fu solo perché l’ex maggiordomo, incastrato dall’operazione sotto copertura, venne arrestato e condannato per ostruzione alla giustizia -1.
I nomi di Rula Jebreal e Julian Schnabel tra inviti mondani e proiezioni cinematografiche
Nel vortice di milioni di pagine desecretate e spesso redatte in modo farraginoso – tanto che il procuratore generale Pam Bondi ha dovuto ammettere in audizione al Congresso che qualche errore di oscuramento era fisiologico, visti i tempi stretti imposti dalla legge – sono affiorati anche i riferimenti alla giornalista Rula Jebreal e all’allora compagno Julian Schnabel -2-10. Si tratta per lo più di ventiquattro citazioni che riconducono a inviti, scalette di eventi e comunicazioni inviate a Epstein dalla pubblicista Peggy Siegal, figura influente nel panorama culturale newyorkese che pare avesse preso a cuore la riabilitazione sociale del finanziere dopo la sua prima uscita dal carcere -10. Epstein, reduce da una condanna per favoreggiamento della prostituzione minorile scontata in tredici mesi, cercava in quegli anni di ritagliarsi uno spazio nei salotti buoni, e Siegal lo teneva aggiornato su festival, party esclusivi e anteprime. In una corrispondenza del gennaio 2011, la PR gli inoltrò un articolo dell’Huffington Post che descriveva la concentrazione di miliardari e celebrità a Saint Barts, e tra i nomi di chi ballava sul palco con Fergie o volteggiava in pista figuravano proprio Schnabel e Jebreal -2-10.
Nessuno dei documenti sinora esaminati dimostra che Epstein abbia effettivamente partecipato agli eventi per i quali veniva invitato, né tantomeno che la coppia abbia mai avuto rapporti diretti con lui al di là della compresenza in certi ambienti. Un’altra missiva, datata agosto 2010, elencava i possibili ospiti per una colazione di Yom Kippur nella residenza di Upper East Side e includeva Schnabel tra coloro che avevano dato la propria adesione, ma manca la conferma della presenza effettiva -10. Più articolato il discorso relativo alle proiezioni del film Miral, opera diretta da Schnabel e sceneggiata da Jebreal sulla base del suo romanzo autobiografico: in quel caso gli inviti – alcuni dei quali a nome della Weinstein Company, la casa di produzione di Harvey Weinstein – facevano riferimento a serate speciali e incontri con l’autrice, ma anche qui i fascicoli tacciono sull’effettiva adesione del finanziere -2.
L’omonimia che ha scagionato l’eurodeputato Nicola Caputo
Tra le pieghe di questa montagna di carte, spesse volte censurate in modo tanto esteso da sollevare le proteste dei legislatori, è emerso anche un caso di omonimia che il deputato repubblicano Thomas Massie ha voluto chiarire con una certa fermezza. Il nome di Nicola Caputo, apparso in un fascicolo contraddistinto dal codice EFTA00077895, aveva sollevato più di un sopracciglio negli ambienti politici italiani, dal momento che un omonimo era stato membro del Parlamento europeo. Massie, dopo aver visionato personalmente i materiali presso il Dipartimento di Giustizia insieme al collega Ro Khanna, ha spiegato in un post su X che l’anno di nascita dell’uomo censurato nei documenti – visibile nonostante i tentativi di offuscamento – supera di oltre un decennio quello dell’ex eurodeputato -3-8. Non si tratta, ha scritto il rappresentante del Kentucky, della stessa persona, e ha voluto precisarlo con una nettezza che lascia poco spazio a letture alternative. Khanna, dal canto suo, ha letto alla Camera i nomi di sei individui che a suo dire erano stati ingiustamente occultati – tra i quali Les Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, e Sultan Ahmed bin Sulayem, amministratore delegato di Dubai World – sostenendo che il Dipartimento avesse nascosto quelle identità per ragioni non previste dalla legge -8. Il vicedirettore Todd Blanche ha risposto assicurando che tutti i nominativi non riferibili a vittime erano stati ormai desecretati, ma la polemica sull’effettiva trasparenza della pubblicazione, avvenuta sotto l’amministrazione del presidente Trump, permane.




