Trump e il veto del Pentagono: missili Usa in Ucraina, ma non in Russia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione Trump ha imposto al governo di Kiev, attraverso canali ufficiali e direttive del Pentagono, il divieto categorico di utilizzare le armi statunitensi più potenti, in particolare i missili Atacms a lunga gittata, per sferrare attacchi in profondità all’interno del territorio russo. Una limitazione, che alcuni definirebbero un vero e proprio diktat, finalizzata a evitare un’escalation diretta con Mosca e a circoscrivere il conflitto entro confini geografici ben precisi, sebbene del tutto teorici data la natura asimmetrica della guerra.

Tuttavia, questa politica di restrizione – la quale, va ricordato, non è una novità assoluta e ha caratterizzato, con diverse intensità, l’approccio di diversi alleati nella Nato fino a tempi recenti – si scontra con la dura realtà dei fatti e con la determinazione ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky, da parte sua, ha replicato affermando che le sue forze armate non esiteranno a impiegare, laddove necessario, sistemi d’arma di produzione nazionale per colpire obiettivi strategici oltre frontiera. Una presa di posizione che trae fondamento da successi già ottenuti, come l’operazione “Tela di ragno” dello scorso giugno, meticolosamente pianificata per diciotto mesi e culminata nella distruzione o nel danneggiamento di circa quaranta velieri militari russi parcheggiati in basi aeree lontanissime dal fronte.

Proprio in queste ore, d’altronde, la capacità ucraina di raggiungere il cuore del dispositivo bellico avversario si è nuovamente manifestata con incursioni di droni, per l’appunto di fabbricazione locale come il modello “Flamingo” dalla gittata stimata di tremila chilometri, abbattuti dalle difese russe nei cieli di Mosca, San Pietroburgo e in prossimità della centrale nucleare di Kursk. Episodi che dimostrano come il veto statunitense, seppur influente, non sia in grado di paralizzare l’iniziativa militare di Kiev.

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