L’errore fatale di Ponticelli e la pistola che si è accesa nel buio della periferia
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Redazione Interno
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Non c’è stato nemmeno uno scambio di parole, né un gesto di sfida. Fabio Ascione, vent’anni, usciva dal bar Lively a Ponticelli con un pacchetto di sigarette in mano – lo avrebbe raccontato poi la madre, Rita – quando il suo cammino si è incrociato con quello di Francesco Pio Autiero. Era l’alba del 7 aprile, e nelle immagini finite agli atti dell’indagine, consultate dal Tgcom24, si vede il ventenne incrociare lo sguardo di chi, poco prima, aveva partecipato a una sparatoria tra clan rivali. La vittima, incensurata e lontana anni luce dalla logica della criminalità, non poteva sapere che quel sorriso stampato in volto all’assassino, ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre armeggiava con la pistola, sarebbe stato il suo ultimo ricordo.
Quella notte, molto prima dell’arrivo di Fabio sulla scena, la periferia est di Napoli era già stata teatro di un conflitto a fuoco: da una parte i ragazzi di Volla, legati al clan Veneruso Rea, a bordo di un suv scuro; dall’altra Autiero, in sella a uno scooter Beverly 300 guidato da un complice di appena diciassette anni. Una volta allontanatisi dal primo scontro, i due si sono diretti verso il bar. È a quel punto, quando Fabio si avviava verso casa dopo la pausa al bingo, che la tragedia si è consumata. Secondo i rilievi dei carabinieri coordinati dalla Dda, l’arma è partita a una distanza ravvicinatissima: quaranta, forse cinquanta centimetri dal petto del ragazzo. Ferito a morte, Fabio ha avuto appena il tempo di dire al suo assassino: “Ué, mi hai colpito”, prima di accasciarsi sull’asfalto.
Una bara bianca tra i palloncini e l’omelia che scardina l’indifferenza
Ieri la chiesa dei Santi Pietro e Paolo era stracolma. Amici, parenti e semplici cittadini hanno riempito ogni banco per l’ultimo saluto a Fabio, il ventenne ucciso per errore. La questura, dopo un primo braccio di ferro, ha concesso i funerali in forma pubblica, e così la bara bianca è entrata accompagnata da una gigantografia che ritraeva il volto del giovane, mentre una decina di suoi colleghi della sala bingo indossavano la divisa azzurra in segno di appartenenza e dolore. Sull’altare, l’arcivescovo Domenico Battaglia ha scelto parole pesanti come macigni per scrollare via quella che ha definito “assuefazione alla violenza”.
Non ci sono state mezze misure nell’omelia: “Non possiamo più raccontarci che sono fatalità, che sono coincidenze, o che questa non è tutta la città perché tanto ci sono le vetrine del centro e gli alberghi pieni”, ha tuonato dal pulpito, sottolineando come il vero scandalo non sia solo lo sparo, ma l’abitudine a convivere con la paura. Mentre la madre Rita, vestita di nero, piangeva in prima fila consolata dal deputato Francesco Emilio Borrelli, all’uscita della chiesa l’aria si è colorata di palloncini bianchi liberati in volo, un applauso ha rotto il silenzio per un ragazzo che, come ha ricordato Battaglia, è stato “spinto dentro un percorso che non è vita” senza nemmeno accorgersene.
Il fermo dei due indagati e il movente che affonda nel vuoto giudiziario
Francesco Pio Autiero, ventitré anni, non è scappato lontano. Si è costituito accompagnato dal suo legale, Leopoldo Perone, finendo nel carcere di Secondigliano con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalle finalità mafiose. Con lui è stato fermato anche un minorenne, il passeggero dello scooter, che attualmente si trova in un centro di prima accoglienza. Sarebbe stato proprio un colpo partito in maniera accidentale – forse mentre il ventitreenne mostrava l’arma ai presenti o la agitava per vantarsi dello scontro a fuoco avuto poco prima – a perforare il torace di Fabio. Un errore banale e letale, in una sequenza di eventi che la Procura (con i pm Sergio Raimondi e Sergio Amato) sta ricostruendo metro per metro grazie alle immagini delle telecamere, nonostante il muro di omertà che ha subito alzato qualche testimone sul posto. Autiero, che sarebbe nipote di un elemento di spicco del clan De Micco, attivo proprio nel quartiere Ponticelli, risulta già noto alle forze dell’ordine, e il suo profilo si inserisce perfettamente in quella spirale violenta che l’arcivescovo ha implorato i giovani di lasciare.
Il paradosso della sicurezza e il tempo sospeso di una vita normale
Mentre i magistrati lavorano per districare la matassa di questo omicidio – che non è una faida ma la sua tragica propaggine collaterale – la città si interroga su quanto accaduto in viale Carlo Miranda. Fabio stava semplicemente tornando a casa, come fa qualsiasi coetaneo dopo un turno di lavoro notturno. Il suo unico errore, se così si può chiamare, è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, a pochi metri da un gruppo di giovanissimi che avevano appena trasformato la strada in un campo di battaglia per regolare conti tra Volla e Ponticelli. Il sindaco Gaetano Manfredi ha ringraziato le forze dell’ordine per la celere risposta, ma la sensazione che aleggia tra i banchi della chiesa e per le strade del quartiere è quella di una sfida ancora aperta: quella tra lo Stato, che arriva a fermare i responsabili, e quella cultura della “nottata” che don Battaglia ha detto di voler cancellare, affinché non ci siano più “figli che nascono con opportunità e figli che devono lottare per avere il minimo”.




