L’omicidio di Fabio Ascione, il bar di Ponticelli e il minorenne che non risponde al gip
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Redazione Interno
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L’alba del 7 aprile, a Ponticelli, si è accesa di un colpo di pistola partito, secondo quanto ricostruito, quasi per caso. Fabio Ascione, vent’anni, aveva appena finito il turno di notte al Bingo di Cercola; sono le 5.04 quando si fa largo tra le auto in sosta ed entra nel bar. Il locale – lo stesso dove, poco più in là, si trova Francescopio Autiero, nipote di un elemento di spicco del clan De Micco – è la tappa breve prima del ritorno a casa. Il ragazzo vuole comprare le sigarette e un cornetto; ha già telefonato alla madre Rita, l’ha rassicurata con un “passo al bar e torno”. Invece, quella sosta diventa il luogo di un errore fatale: un proiettile esploso da Autiero, mentre armeggiava con la pistola, centra Ascione. Il ferito, accasciandosi, riesce a dire “Uà fra’, mi hai colpito”. Poi il silenzio. L’omicida resta immobile un istante, quindi fugge con una Jeep parcheggiata davanti all’ingresso.
La dichiarazione spontanea del diciassettenne
Davanti al gip Paglionico, per l’udienza di convalida del fermo, si è presentato il minorenne coinvolto in quella notte. Lui, difeso dagli avvocati Antonio Rizzo e Giovanni Nappo, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma ha voluto rilasciare una breve dichiarazione spontanea, senza che gli venissero poste domande. Le sue parole non hanno aggiunto dettagli sulla dinamica dell’arma né sui momenti precedenti lo sparo. Si sono concentrate sul legame con la vittima: «Volevo bene a Fabio, per me era come un fratello». Ha aggiunto, con il tono di chi fatica a trovare una spiegazione, «sono giorni che non dormo, non riesco a darmi pace per quello che è successo». Il gip ha comunque deciso di mantenere la misura cautelare: il diciassettenne resta in carcere.
La ricostruzione di un altro giovane presente sul posto
A fornire un quadro più concreto di quei minuti è stato un altro ragazzo, uno dei due che si trovavano con Ascione e Autiero nei pressi del campetto. Secondo il suo racconto – riportato negli atti dell’inchiesta – Fabio era in compagnia di altri giovani, tra cui proprio Francescopio Autiero, descritto come l’unico armato di pistola. Mentre Autiero la maneggiava, è partito accidentalmente un colpo. Il proiettile ha raggiunto Ascione, che subito dopo la frase d’addio si è accasciato. Lo stesso testimone ha riferito che Pio – così viene chiamato Autiero – è rimasto fermo un attimo, quasi paralizzato, per poi darsi alla fuga con il fuoristrada parcheggiato lí davanti. Nessun altro, tra i presenti, ha provato a fermarlo.
L’ombra del clan e l’innocenza della vittima
Francescopio Autiero non è un nome qualunque nel panorama della criminalità napoletana: è nipote di un elemento di spicco del clan De Micco, gruppo storicamente attivo tra Ponticelli e zone limitrofe. Fabio Ascione, al contrario, non aveva precedenti né frequentazioni con la malavita. Lavorava al Bingo, turni notturni, una vita normale. La madre Rita lo aspettava per il caffè, quel 7 aprile. Invece ha ricevuto la notizia che il figlio non sarebbe più tornato. La procura per minorenni segue il fascicolo sul diciassettenne, mentre per Autiero – maggiorenne – si procede su altri binari giudiziari. Il bar di Ponticelli, quello delle sigarette e del cornetto, resta il simbolo di un errore che nessuna dichiarazione spontanea potrà mai restituire.




