Omicidio a Ponticelli, la notte di Fabio Ascione e il rebus del movente tra errori e vendette

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, non ha portato la consueta quiete ma il fragore secco di colpi di pistola esplosi contro un gruppo di ragazzi fermo all’esterno di un bar. A terra, in via Carlo Miranda, è rimasto ferito a morte Fabio Ascione, un ventenne incensurato che i sanitari del vicino ospedale Villa Betania hanno tentato invano di strappare al destino che gli si è parato davanti all’improvviso, dopo l’ennesima notte di lavoro trascorsa tra le luci e il rumore meccanico di una sala bingo. La sua figura, descritta da parenti come Martina (la cugina che lo ha ricordato con le lacrime agli occhi) come quella di un ragazzo senza grilli per la testa, legatissimo alla madre alla quale aveva appena telefonato prima che la sua esistenza venisse spezzata, si scontra brutalmente con la violenza paramilitare dell’agguato che lo ha raggiunto.

La dinamica dell’agguato e i fantasmi di un quartiere difficile

È accaduto tutto intorno alle 5:10 del mattino, quando Ascione si trovava in compagnia di quattro o cinque amici davanti a un esercizio commerciale della zona, probabilmente dopo aver terminato il turno di lavoro. Secondo le ricostruzioni fornite dagli inquirenti, coordinate dal sostituto procuratore Alfredo Gagliardi per conto della Direzione Distrettuale Antimafia, i killer non hanno nemmeno avuto bisogno di poggiare i piedi sull’asfalto: si sarebbero avvicinati a bordo di un’auto di colore scuro (sebbene alcune prime testimonianze parlassero invece di due scooter, a dimostrazione della confusione iniziale degli eventi) per poi esplodere almeno un colpo che ha centrato il ventenne al torace. Un dettaglio, quest’ultimo, che non sfugge agli investigatori: a terra non è stato trovato nemmeno un bossolo, circostanza che fa propendere per l’utilizzo di un revolver – arma che non espelle i cilindri – o per la possibilità che i contenitori metallici di una semiautomatica siano rimasti intrappolati nell’abitacolo del veicolo in fuga. La zona, è bene ricordarlo, è storicamente riconosciuta come terreno di caccia del clan De Micco, anche se al momento nessuno degli investigatori si sente di chiudere il cerchio delle ipotesi.

La vittima e le tre piste battute dagli inquirenti

Fabio Ascione, nato a Napoli nel marzo del 2006, non aveva mai avuto incontri con la giustizia: risultava incensurato e, a differenza di molti coetanei del quartiere, viveva la sua giovinezza tra il lavoro notturno al Bingo di Cercola e il riposo in famiglia, lontano dalle logiche criminali che pure conosceva solo per sentito dire. Eppure, è proprio questa pulizia del suo profilo a rendere l’omicidio un giallo per i carabinieri del Nucleo operativo di Poggioreale, che lavorano a “360 gradi” senza escludere alcuna possibilità. La prima ipotesi, la più temuta dai familiari, è quella del cosiddetto *errore di persona*: potrebbe essere capitato che i sicari, forse in sella a un mezzo o all’interno di una macchina, abbiano confuso Fabio con un altro bersaglio, magari legato a qualche faida in corso nel panorama criminale cittadino. La seconda pista, invece, si sposta sul piano personale: non si esclude che l’agguato nasconda una vendetta maturata in ambito privato, magari a causa di una lite scoppiata nei giorni precedenti tra il ragazzo e terze persone. L’ultima direttrice, infine, è quella dell’intimidazione trasversale: gli spari avrebbero potuto rappresentare un messaggio chiaro – un “avvertimento” – indirizzato non tanto al ventenne quanto al titolare del bar davanti al quale si è consumata la strage o ad altre figure presenti sul posto.

Un legame di parentela scomodo e la città che corre ai ripari

A complicare il quadro, rendendolo ancora più sfumato, c’è un particolare che gli investigatori stanno vagliando con la massima cautela: Fabio Ascione sarebbe legato da un vincolo di parentela a una persona nota alle forze dell’ordine e un tempo vicina ad ambienti malavitosi (sebbene estranea, a quanto pare, al clan De Micco). Questo legame, per quanto lontano, riaccende i riflettori sulla possibilità che il giovane abbia pagato per colpe non sue, in un meccanismo di ritorsione così brutale quanto irrazionale. Mentre gli inquirenti ascoltano amici e conoscenti – quelli che descrivono un “bravissimo ragazzo” lontano dalla droga e dalla violenza – la politica locale tenta di correre ai ripari: il Comune di Napoli, attraverso una nota ufficiale, ha promesso l’installazione imminente di un cospicuo numero di telecamere di sorveglianza nell’area di Ponticelli. Un intervento, questo, finalizzato a contrastare quel senso di insicurezza che ormai da tempo serpeggia tra i residenti, costretti a convivere con la paura di ritrovarsi, come Fabio, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le indagini proseguono, serrate, in attesa che i filmati (pubblici o privati che siano) e le letture delle targhe dei veicoli in transito regalino una svolta a questo dramma senza un movente chiaro.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.