Ponticelli, l’ombra della camorra e il delitto del giovane Fabio Ascione: si indaga a 360 gradi
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Redazione Interno
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L’alba a Ponticelli, periferia est di Napoli, si è tinta nuovamente di sangue. È di poche ore fa la notizia dell’omicidio di Fabio Ascione, un ventenne incensurato raggiunto da un colpo d’arma da fuoco al petto mentre si trovava in via Carlo Miranda, davanti a un bar. Nonostante il trasporto immediato dai amici – che hanno tentato di salvarlo accompagnandolo di corsa al vicino ospedale Villa Betania – per il ragazzo non c’è stato nulla da fare. Sullo sfondo di questa ennesima tragedia, che riporta alla mente le pagine più buie della cronaca partenopea, si muovono i carabinieri del nucleo radiomobile di Napoli e del nucleo operativo di Poggioreale, coordinati dalla direzione distrettuale antimafia.
Le ultime parole e le indagini senza esclusioni di colpi
«Mamma sto tornando. Prendo un cornetto, le sigarette e salgo». È stato questo, secondo quanto raccontato dalle zie del giovane, l’ultimo contatto con la madre Rita prima dell’agguato. La donna, preoccupata perché il figlio tardava a rientrare dal lavoro, lo aveva cercato al telefono ricevendo quella risposta che, in realtà, si è rivelata l’inizio di un incubo. Gli investigatori, in queste ore, stanno lavorando “a 360 gradi” per ricostruire l’esatta dinamica e, soprattutto, il movente. Sebbene la zona di Ponticelli sia storicamente segnata dalla presenza del clan De Micco, gli inquirenti non chiudono alcuna porta. Le ipotesi sul tavolo sono molteplici: si va dall’errore di persona – magari il bersaglio era un altro dei giovani presenti nel gruppetto di amici – alla possibile intimidizione nei confronti del titolare del bar, fino a una più classica vendetta maturata in ambito personale o legata a vincoli di parentela della vittima. A terra non sono stati trovati bossoli, il che lascia supporre l’utilizzo di un revolver o la raccolta degli stessi da parte dei killer prima della fuga.
Il grido di dolore di un quartiere dimenticato
Se l’arma del delitto è ancora senza volto, è forte invece la voce di chi vive il degrado quotidiano di Ponticelli. «Tutto il rispetto per gli abitanti di Caivano, di Scampia e di Secondigliano ma noi qui non abbiamo mai visto un ministro, un rappresentante istituzionale e neanche una pattuglia di vigili urbani». La denuncia, amara e lucida, porta la firma di Alessandro Paolillo, un nome che a Ponticelli riecheggia come un simbolo di una ferita mai rimarginata. Suo fratello Francesco, infatti, morì a soli 14 anni nel lontano 2005, precipitando in un cantiere abbandonato di via Carlo Miranda mentre giocava con gli amici. A distanza di oltre due decenni, Alessandro sottolinea come il contesto non sia cambiato: lo stesso degrado, le stesse strutture fatiscenti, la stessa assenza di controlli. «Non è cambiato nulla, solo e soltanto degrado», ripete, chiedendo a gran voce fondi per quella che lui definisce una “rinascita” necessaria per restituire dignità a un’area allo sbando.
Ponticelli, una Cenerentola metropolitana senza futuro
Descritto come un quartiere “Cenerentola”, Ponticelli rappresenta uno spaccato urbanistico fermo al palo, privo di un vero progetto di sviluppo che possa baciare queste periferie. È un luogo di passaggio, spesso ridotto a mero corridoio per chi è diretto all’Ospedale del Mare, alla clinica Villa Betania o – in un’ottica più positiva – al Palavesuvio, che attende però ancora un restauro definitivo. Questa immobilità, questo vuoto progettuale, si trasforma tragicamente in una cassa di risonanza per la violenza. Chi abita il rione lo descrive come un territorio in cui le famiglie sono costrette a chiudersi in casa, subendo passivamente l’illegalità o la mera indifferenza istituzionale. La morte di Fabio Ascione, forse un “innocente” finito nel mirino per caso, non fa che riaccendere i riflettori su una polveriera sociale che attende risposte concrete da troppo tempo.




