Cibi ultraprocessati e tumore, la ricerca del Neuromed svela un legame con la mortalità
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Redazione Salute
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Il consumo di alimenti ultraprocessati, una categoria che comprende una vasta gamma di prodotti che vanno dalle bevande zuccherate ai sostituti del pasto, sembra giocare un ruolo significativo nella sopravvivenza dei pazienti oncologici. Uno studio condotto dall’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed di Pozzilli, in provincia di Isernia, e pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention dell’American Association for Cancer Research, ha infatti evidenziato come, tra coloro che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore, un’elevata assunzione di questi cibi si associ a un incremento della mortalità. La ricerca, sostenuta dalla Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro Ets, ha preso in esame un campione di 802 sopravvissuti al cancro all’interno del più ampio progetto Moli-sani, uno studio di coorte che ha coinvolto migliaia di residenti nella regione Molise.
Un rischio doppio: mortalità generale e specifica per tumore
I numeri emersi dall’analisi, che ha seguito i partecipanti per un periodo mediano di quasi quindici anni, sono netti. Nei soggetti la cui dieta includeva la percentuale più alta di alimenti ultraprocessati, calcolata in base al peso complessivo del cibo consumato quotidianamente, si è registrato un aumento del 48% del tasso di mortalità per qualsiasi causa. Ancora più significativo, spostando l’attenzione sulle recidive o sulla progressione della malattia stessa, il dato relativo alla mortalità specifica per tumore, risultata superiore del 57% rispetto a chi consumava meno prodotti di questa categoria. La ricerca, come spiega Marialaura Bonaccio, primo autore dello studio, ha voluto indagare non tanto i singoli nutrienti, su cui si è concentrata gran parte della letteratura precedente, quanto piuttosto il livello di trasformazione industriale degli alimenti e il suo impatto sulla salute a lungo termine di chi ha già dovuto fare i conti con il cancro.
I meccanismi biologici e la questione della classificazione Nova
A rendere potenzialmente dannosi questi prodotti, spesso poveri di vitamine e fibre, non è soltanto il loro profilo nutrizionale, ma anche e soprattutto la natura stessa dei processi industriali impiegati. Le sostanze utilizzate, spiegano i ricercatori del Neuromed, possono interferire con i processi metabolici, alterare il microbiota intestinale e promuovere uno stato infiammatorio cronico. L’analisi di alcuni biomarcatori infiammatori e della frequenza cardiaca a riposo, infatti, ha mostrato come questi fattori spieghino in parte, circa il 37%, l’associazione tra consumo di ultraprocessati e mortalità. La classificazione utilizzata per definire un cibo come ultraprocessato è il sistema Nova, che lo identifica in base alla presenza di ingredienti tipicamente industriali, come additivi, coloranti, emulsionanti e zuccheri aggiunti, elementi che difficilmente si troverebbero in una dispensa domestica.
Oltre i singoli prodotti: il pattern alimentare complessivo
Un aspetto emerso dallo studio, e che merita attenzione, riguarda la difficoltà di isolare la responsabilità di singoli alimenti. Analizzando sette diverse sottocategorie di ultraprocessati, che includevano bevande, carni lavorate, snack salati e prodotti zuccherati, non tutti hanno mostrato una correlazione chiara e univoca con l’aumento del rischio. Alcuni gruppi, come quelli a base di carne processata o le bevande zuccherate, sono apparsi più problematici, mentre per altri il pattern era meno definito. Ciò suggerisce, secondo gli autori, che l’attenzione non debba concentrarsi su un singolo prodotto demonizzandolo, ma piuttosto sulla qualità complessiva del regime alimentare. Ciò che conta, in altre parole, è l’insieme delle scelte quotidiane, e un approccio che privilegi cibi freschi o minimamente trasformati sembra essere la strategia più efficace.
Il peso della trasformazione industriale indipendentemente dalle calorie
Un dato di particolare interesse, emerso dalle analisi statistiche condotte dal team dell’Irccs molisano, è la persistenza dell’associazione anche dopo aver corretto i risultati per la qualità complessiva della dieta, misurata attraverso l’aderenza ai principi della dieta mediterranea. Questo significa che l’effetto negativo non è imputabile esclusivamente al fatto che chi mangia molti ultraprocessati segue in generale una dieta povera, ma che il livello e la natura della lavorazione industriale giocano un ruolo autonomo e indipendente. Anche a parità di calorie e di macronutrienti, un prodotto industrialmente avanzato potrebbe avere conseguenze diverse sull’organismo rispetto a un piatto preparato con ingredienti semplici, un concetto che invita a riflettere sulle attuali modalità di produzione e consumo del cibo, soprattutto in una fase delicata come quella della sopravvivenza al cancro.




