Raid Usa in Venezuela, il bilancio di sangue e le trattative sul petrolio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le conseguenze dell’operazione militare statunitense a Caracas, che aveva l’obiettivo dichiarato di catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro e sua moglie, continuano a dipanarsi in un quadro di forte instabilità. Il ministro dell'Interno Diosdado Cabello ha aggiornato il bilancio, definendolo provvisorio, a un centinaio di vittime, molte delle quali civili colte nel sonno all’interno delle proprie abitazioni durante l’assalto; un’azione che, senza mezzi termini, è stata bollata come "un terribile attacco". Le ferite inferte alla capitale venezuelana, del resto, non sono soltanto materiali, ma lacerano il tessuto di una nazione già provata da anni di tensioni, mentre il numero dei feriti – secondo quanto riferito dalle autorità locali – si aggirerebbe anch’esso intorno alla centinaia di unità.

La piazza si mobilita e la diplomazia del greggio prosegue

Nonostante la drammaticità degli eventi e le condizioni di Maduro, rimasto ferito durante l’azione delle forze speciali, i suoi sostenitori hanno dato vita a una manifestazione di massa nelle strade della capitale, sfilando con bandiere e ritratti del leader chavista per chiederne la liberazione. Una mobilitazione che si inserisce in un contesto paradossale, se si considera che, parallelamente, la compagnia petrolifera di Stato PDVSA ha reso noto di essere impegnata in trattative con gli Stati Uniti proprio per la vendita di petrolio greggio. Un paradosso solo apparente, che dimostra come le dinamiche geopolitiche e gli interessi economici spesso procedano su binari distinti, se non divergenti, anche dopo eventi di tale gravità.

Le reazioni a Washington e l’ombra degli interventi passati

Dalle dichiarazioni rilasciate, emerge un quadro di apparente soddisfazione nell’establishment della sicurezza nazionale americano per l’esecuzione tecnica dell’operazione, sebbene non manchino voci che invitano alla cautela sulla gestione del dopo-intervento. Si è espresso in questi termini, sottolineando come con l’amministrazione Trump la continuità strategica non sia mai scontata, evidenziando la necessità di non ripetere gli errori commessi in teatri come l’Iraq e l’Afghanistan. "Da una parte non c’è dubbio che sia stata un’operazione ben pianificata ed efficace", ha osservato, attribuendo il merito ai reparti coinvolti, "ma dall’altra bisogna capire quale sia il disegno a lungo termine".

La svolta nei rapporti con la Colombia dopo le minacce

Un altro sviluppo significativo, che mostra la volatile natura della politica estera dell’attuale presidenza americana, riguarda i rapporti con la Colombia. Dopo aver pubblicamente minacciato il presidente Gustavo Petro di un’azione militare simile a quella venezuelana e averlo tacciato di legami con il narcotraffico, Donald Trump ha ora invitato l’omologo colombiano alla Casa Bianca. In un post sul suo social network, Trump ha riferito di un colloquio telefonico con Petro, definito "un grande onore", durante il quale il leader colombiano avrebbe voluto "spiegare la situazione relativa alla droga e agli altri disaccordi" tra i due paesi. Un cambio di registro repentino che lascia intendere come, nella situazione attuale, le alleanze e le trattative possano ridefinirsi in maniera imprevedibile.

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