Il cuore “bruciato” viaggiò da Bolzano a Napoli in un comune box di plastica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sessanta chilogrammi di peso, la capacità di mantenere una temperatura costante e controllata per ventiquattro ore e un monitoraggio continuo dei parametri: sono queste le caratteristiche del box tecnologico che avrebbe dovuto preservare il cuore espiantato il 23 dicembre 2025 all’ospedale di Bolzano, organo destinato a un bambino di due anni e tre mesi ricoverato al Monaldi di Napoli. E invece, secondo quanto emergerebbe dagli accertamenti condotti dai carabinieri del Nas e dalla Procura partenopea – più precisamente dalla VI sezione specializzata in colpe professionali coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, con il pm Giuseppe Tittaferrante – il cuore sarebbe stato riposto in un comunissimo contenitore di plastica rigida, un oggetto di quelli che si trovano in qualsiasi ospedale, privo di qualsiasi sistema di termoregolazione attiva. Il sequestro del contenitore, eseguito nei giorni scorsi dai militari, ha permesso di avviare accertamenti tecnici per stabilire se l’utilizzo di quel box, peraltro già di per sé inadeguato, possa aver contribuito al danneggiamento dell’organo, ma l’ipotesi al momento più accreditata – e che comunque non esclude un concorso di cause – è quella che punta il dito contro l’impiego di ghiaccio secco al posto del ghiaccio tradizionale. Una differenza non da poco, verrebbe da dire, considerato che il primo raggiunge temperature che oscillano tra i settantacinque e gli ottanta gradi sotto zero, mentre il secondo si attesta intorno ai quattro gradi, fornendo quella refrigerazione lenta e controllata necessaria a preservare la vitalità dei tessuti.

Il ghiaccio secco e le ustioni da freddo: cosa sarebbe accaduto durante il trasporto

L’organo, una volta giunto a destinazione e impiantato nel piccolo paziente – il quale, va ricordato, era già stato preparato e posto in condizione di ricevere il nuovo cuore, con l’asportazione di quello malato che comunque gli consentiva di vivere – avrebbe mostrato fin da subito segni di sofferenza tali da rendere vano l’intervento. La temperatura eccessivamente bassa, spiegano i primi consulenti che si stanno affacciando alla vicenda, avrebbe letteralmente ustionato il tessuto cardiaco, provocando quelle che in gergo tecnico vengono definite “criolesioni”, danni da freddo irreversibili che rendono l’organo non più funzionale. I carabinieri del Nas di Trento, competenti per territorio sull’ospedale altoatesino dove il prelievo è avvenuto, stanno ora cercando di ricostruire l’esatta catena delle responsabilità: chi, materialmente, ha prelevato il ghiaccio secco? Perché non ci si è accorti della differenza? E, soprattutto, chi avrebbe dovuto verificare la corretta preparazione del box prima della partenza dell’equipe napoletana? Su quest’ultimo punto, in particolare, si concentra l’attenzione del legale della famiglia del bambino, l’avvocato Francesco Petruzzi, secondo cui il dovere di vigilanza ricadrebbe sull’ospedale ricevente, e dunque sul Monaldi, a prescindere da chi abbia fisicamente confezionato il carico.

Le condizioni del bambino e il nodo della trapiantabilità

Il piccolo, di cui non vengono divulgate generalità nel rispetto della privacy e della drammaticità della vicenda, si trova attualmente in coma farmacologico presso la terapia intensiva del Monaldi, sostenuto da macchine salvavita che supportano le funzioni cardiache e polmonari. Una situazione di estrema gravità, questa, che nelle scorse settimane avrebbe comportato anche un principio di sofferenza ad altri organi, in particolare il fegato, e che ha spinto i sanitari a valutare ogni possibile opzione terapeutica. Tra le ipotesi al vaglio, e caldeggiata dalla famiglia attraverso il proprio legale, vi sarebbe anche quella di un cuore artificiale, una soluzione sperimentale sulla quale sta lavorando il professor Francesco Claudio Russo dell’ospedale Niguarda di Milano. Il professore, contattato dall’avvocato Petruzzi tramite un’associazione, si sarebbe detto disponibile a valutare la cartella clinica del piccolo, ma avrebbe chiesto di visionare prima gli esiti della Tac neurologica cui il bambino è stato sottoposto, esame cruciale per stabilire l’entità dei danni cerebrali eventualmente subiti e, di conseguenza, la possibilità stessa di procedere con qualsiasi ulteriore intervento.

La querelle tra i nosocomi e l’inchiesta della magistratura

Sulla possibilità di un secondo trapianto si è aperto nelle ultime ore un vero e proprio fronte di scontro tra due tra i più importanti istituti italiani. Da un lato l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, interpellato dalla famiglia, avrebbe espresso parere negativo, sostenendo che il piccolo non sarebbe più nelle condizioni di poter essere nuovamente sottoposto a un intervento di tale portata. Dall’altro lato il Monaldi, e in particolare il medico che ha eseguito il primo trapianto – e che risulta tra i sei indagati dalla Procura di Napoli per lesioni colpose insieme ad altri cinque sanitari delle equipe di Napoli e Bolzano – si opporrebbe con fermezza a questa valutazione, sostenendo che il bambino è ancora in lista d’attesa e dunque, in linea di principio, trapiantabile. Una posizione, quella del nosocomio partenopeo, che ha spinto il legale della famiglia a presentare una integrazione di querela, ritenendo quanto meno singolare che lo stesso chirurgo finito nel registro degli indagati possa essere chiamato a rioperare il piccolo, seppure eventualmente coadiuvato da un’equipe del Bambino Gesù. La Procura, dal canto suo, ha acquisito tutta la documentazione clinica e diagnostica e si appresta a nominare consulenti tecnici d’ufficio che possano fare piena luce su ogni passaggio della vicenda: dall’espianto e il confezionamento a Bolzano, al trasporto, fino all’impianto e alla gestione post-operatoria.

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