Under Par Golf Architect, il gestionale italiano che prova a riportare in auge i campi da golf

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Esiste una nicchia, nel vasto ecosistema videoludico, che resiste più nella memoria collettiva che sugli scaffali dei negozi: quella dei gestionali dedicati alla costruzione e alla gestione di un club di golf. Un vuoto, questo, lasciato spalancato da Sid Meier’s SimGolf – il quale, uscito nel lontano 2002, non ha mai avuto un erede degno di questo nome – e che oggi, a distanza di oltre vent’anni, qualcuno prova finalmente a riempire. Lo sviluppatore piemontese Broken Arms Games, con sede ad Acqui Terme e già autore dell’acclamato gestionale enologico Hundred Days, ha infatti rilasciato Under Par Golf Architect su PlayStation 5, Xbox Series, Nintendo Switch 2 e PC (via Steam ed Epic Games Store). Il titolo, che si presenta con un prezzo di lancio contenuto (19,99 dollari per l’edizione standard), non ha la presunzione di voler detronizzare il classico di Firaxis, ma prova a esplorare con originalità un genere che troppo a lungo è stato dimenticato.

Progettazione e strategia si fondono in una sandbox creativa

La struttura di gioco, come si evince dalle prime recensioni internazionali e dalle schede di prodotto ufficiali, poggia su un binario ben preciso: da un lato c’è la libertà creativa tipica del “sandbox”, quella che permette di modellare il terreno, alzare colline, creare laghetti artificiali o piazzare ostacoli di sabbia con la stessa libertà di un architetto paesaggista; dall’altro, ci sono le rigide leggi della gestione economica, quelle che impongono di bilanciare le entrate derivanti dalle iscrizioni con le spese vive per il personale – giardinieri, addetti alle pulizie, barman – e la manutenzione delle infrastrutture. Non si tratta solo di costruire la buca perfetta, insomma, perché i soci virtuali, dotati di parametri come la fame, la sete e la stanchezza, chiederanno servizi accessori che vanno dalla semplice fontanella ai ristoranti stellati, passando per le piscine e le spa. Una meccanica, questa del doppio binario (progettazione/sopravvivenza economica), che richiama alla mente le dinamiche viste in Two Point Hospital o nel recente GolfTopia, sebbene con un approccio decisamente più minimalista e accessibile.

Un’anima italiana tra luci e ombre tecniche

La provenienza italiana del team si nota (e non poco) nella cura della localizzazione: i testi sono tradotti correttamente e i dialoghi, a detta di chi lo ha provato, risultano persino spiritosi, un dettaglio apprezzabile per un prodotto indie che punta molto sull’atmosfera. Tuttavia, la recensione pubblicata su Multiplayer e ripresa da altre testate specialistiche evidenzia alcuni compromessi inevitabili, dovuti probabilmente alla natura “multipiattaforma” del progetto e al budget limitato. Se da un lato il gameplay gestionale riesce a intrattenere per svariate ore – spingendo il giocatore a ottimizzare il percorso dei clienti o a sperimentare nuove conformazioni delle buche per ottenere recensioni più alte – dall’altro l’interfaccia utente (UI) mostra la corda, soprattutto nella versione per console. Il sistema di menù radiali, sebbene funzionale, tradisce un’origine pensata principalmente per il controllo tramite mouse e tastiera; su PlayStation 5, la gestione dei cursori risulta macchinosa e inizialmente poco intuitiva, al punto che alcuni recensori hanno consigliato di giocare in modalità portatile o su PC per evitare lo “stuttering” (cali di frame) e l’input-lag che affliggono il motore quando si imposta la velocità di gioco al massimo.

L’importanza del ritorno al “par” e la sfida della longevità

Un elemento interessante, emerso sia dall’analisi di Gamesurf che da quella di Xbox Wire – il blog ufficiale Microsoft – è la volontà dichiarata del CEO Yves Hohler di voler catturare la “nostalgia” piuttosto che la complessità assoluta. In Under Par Golf Architect, si può impersonare il proprietario del club, ma lo si può anche impugnare di persona il bastone: esiste infatti una modalità di gioco, seppur basilare, che permette di testare i percorsi con un sistema a tre click, regolando la potenza e la precisione come in un vecchio arcade. Questa possibilità di passare dalla scrivania al fairway aggiunge un gradito strato di profondità, anche se non rappresenta certamente il piatto forte dell’offerta. Piuttosto, il cruccio maggiore per gli appassionati del genere risiede nell’assenza di una componente sociale; manca, spiegano le recensioni, la possibilità di condividere le proprie creazioni o sfidare amici in multiplayer, limitando l’esperienza a un piacevole ma solitario “diario di bordo” architettonico. Ciò che conta, in fin dei conti, è che il gioco non si prende mai troppo sul serio, abbracciando uno stile “chibi” che rende grotteschi ma simpatici i personaggi, i procioni vaganti e la fauna circostante, il tutto accompagnato da una colonna sonora purtroppo ripetitiva.

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