Al congresso Asco 2026, i nuovi farmaci “intelligenti” raddoppiano la sopravvivenza nel tumore del pancreas e il vaccino personalizzato cambia la storia del melanoma

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Chicago, nel corso dell’annuale appuntamento con la società americana di oncologia clinica (Asco), ha assistito a una scena piuttosto rara per gli standard della ricerca scientifica: una standing ovation, lunga e convinta, partita quasi in sordina mentre i numeri scorrevano sugli schermi della sala gremita. Non si trattava di entusiasmo di bassa lega, ma della reazione a uno di quei rari passi avanti che, in una patologia complessa come il tumore del pancreas, capita di vedere magari una volta ogni decennio.

La molecola sperimentale chiamata daraxonrasib, somministrata comodamente per via orale, ha dimostrato di poter letteralmente “ingabbiare” la proteina Ras mutata – quella che, quando impazzisce, ordina alle cellule di moltiplicarsi senza sosta – raddoppiando i tempi di sopravivenza in un gruppo di circa 500 pazienti che avevano già esaurito le opzioni terapeutiche standard.

I numeri, presentati in sessione plenaria con lo studio battezzato Resolute, parlano chiaro: chi ha ricevuto il farmaco ha raggiunto una sopravvivenza media di 13,2 mesi contro i 6,7 mesi della chemioterapia, un risultato che ha spinto i ricercatori a ipotizzarne l’uso già nelle fasi più precoci della malattia.

L’immunoterapia di precisione e il vaccino a mRNA

Se per il pancreas il problema è stato storicamente quello di trovare un “interruttore” per spegnere la crescita, per il melanoma la sfida è insegnare al sistema immunitario a riconoscere il nemico prima che colpisca ancora. Ed è qui che arrivano i dati del vaccino personalizzato a mRNA, noto come intismeran, che in combinazione con l’immunoterapia standard (pembrolizumab) ha ridotto il rischio di recidiva o morte del 49%.

A cinque anni dall’intervento chirurgico, il dato diventa quasi impressionante se si guarda la sopravvivenza globale: nel gruppo trattato con il vaccino è viva il 92,2% delle persone, una percentuale che scende al 71,3% per chi ha ricevuto solo l’immunoterapia.

Ma come funziona, esattamente, questa “terapia su misura”? A spiegarlo è stato Paolo Ascierto, l’oncologo che per primo ha avviato lo studio di fase 3 in Italia: a partire dal tumore rimosso, i tecnici estraggono l’identikit proteico del melanoma, sintetizzano un filamento di mRNA che istruisce i linfociti T – i “soldati” del corpo – e li mandano a caccia di qualsiasi cellula residua, un approccio che ha ridotto del 59% persino il rischio di sviluppare metastasi a distanza.

Nuove frontiere per le neoplasie della vescica e del fegato

Non finisce qui, naturalmente, perché l’edizione 2026 dell’Asco ha regalato aggiornamenti interessanti anche per altre neoplasie. Prendiamo il caso del tumore della vescica non muscolo-invasivo, quello ad alto rischio di ripresentarsi: aggiungendo un anno di trattamento con durvalumab (un anticorpo che toglie i freni alle difese immunitarie) alla classica terapia endovescicale con il Bcg, i medici sono riusciti a portare la sopravvivenza a cinque anni all’87,6%, senza intaccare più di tanto la qualità della vita percepita dal paziente.

E se spostiamo l’attenzione sul fegato, in particolare sul carcinoma epatocellulare che non si può operare, lo studio Emerald-3 ha provato a giocare d’anticipo: la combinazione di due immunoterapici (durvalumab e tremelimumab) aggiunti a una chemioembolizzazione mirata ha ridotto il rischio di progressione del 30% rispetto al solo trattamento locale, con una sopravvivenza libera da malattia di 13 mesi contro i 9,8 del gruppo di controllo.

La strategia della “superimmunoterapia” pre-operatoria

Infine, sempre nel campo dei tumori della pelle, emerge una strategia che ribalta i tempi classici della cura. Invece di aspettare l’intervento chirurgico per togliere il melanoma, alcuni studi presentati a Chicago testano una “superimmunoterapia” somministrata proprio prima di entrare in sala operatoria, una citochina intelligente chiamata M dna11 che serve a neutralizzare sul nascere la capacità del tumore di diventare resistente ai farmaci.

È un approccio ancora sperimentale, coordinato in Italia dalla fondazione melanoma insieme a una società biotech canadese, ma che dimostra come la direzione intrapresa dalla ricerca non sia più solo quella di colpire più forte, ma piuttosto di “allenare” il corpo a riconoscere e ricordare il volto del nemico, che sia esso una proteina impazzita nel pancreas o una mutazione subdola nella pelle.

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