Melanoma, il vaccino a mRna cambia le regole della sopravvivenza a cinque anni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Chicago – Non era affatto scontato, a guardare i numeri di partenza di una sperimentazione iniziata nel lontano 2021, che l’entusiasmo iniziale per i vaccini terapeutici a mRna trovasse una conferma così solida sul lungo periodo.

E invece, i dati presentati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) spazzano via ogni ragionevole dubbio: per i pazienti affetti da melanoma ad alto rischio, operati e successivamente trattati con la combinazione del vaccino personalizzato (noto come intismeran) e dell’immunoterapia standard (il pembrolizumab), il traguardo dei cinque anni segna un cambiamento epocale.

Lo studio di fase 2b KEYNOTE-942, i cui risultati sono stati pubblicati contestualmente sul "Journal of Clinical Oncology", ha dimostrato che questa strategia riduce del 49% il rischio di recidiva o di morte rispetto a chi riceve la sola immunoterapia.

La sopravvivenza globale e il controllo delle metastasi

Se si analizzano nel dettaglio i numeri di questo aggiornamento quinquennale, emerge con chiarezza un fatto difficilmente controvertibile: a cinque anni dalla somministrazione, il 92,2% dei pazienti che hanno ricevuto il vaccino è ancora vivo, una percentuale che crolla drammaticamente al 71,3% nel gruppo di controllo trattato solo con l'inibitore del checkpoint immunitario.

Ma non è finita qui, perché la potenza dell’accoppiata (che abbina l’istruzione cellulare fornita dall’mRna alla rimozione dei freni immunitari operata dal pembrolizumab) si misura soprattutto nella capacità di bloccherà il tumore prima che possa viaggiare per il corpo. Il combinato disposto, infatti, riduce del 59% il rischio di sviluppare metastasi a distanza, quel passaggio critico che rende la malattia molto più complessa da gestire.

Meccanismo d’azione e personalizzazione della terapia

A differenza di un comune vaccino preventivo, questo è un concentrato di tecnologia assoluta cucito addosso al singolo individuo. Attraverso il sequenziamento del tumore asportato, i ricercatori (tra cui quelli del NYU Langone Health) identificano fino a 34 neoantigeni, che sono sostanzialmente le firme proteiche esclusive di quel determinato cancro. Una volta sintetizzato, il filamento di mRna iniettato funge da "cercapersone" biologico: addestra i linfociti T affinché riconoscano e sterminino ogni cellula residuale, anche quelle che cercherebbero di nascondersi.

E qui viene il bello: mentre il vaccino fornisce l’identikit del nemico, il pembrolizumab (il farmaco immunoterapico) rimuove il segnale di "non attaccare" che il melanoma usa per difendersi. Senza questo doppio binario, come dimostra il tasso di recidiva (libero da malattia il 68,8% dei pazienti nel gruppo combo contro il 49,1% del gruppo solo immunoterapia), il sistema immunitario faticherebbe a mantenere il controllo nel tempo.

Profilo di sicurezza e sviluppi giudiziari (cronaca nera)

La cronaca giudiziaria, in questi giorni, registra l’archiviazione di un vecchio filone d’inchiesta che coinvolgeva un noto centro oncologico del nord Italia, dove si ipotizzava un giro di appalti truccati per la fornitura di reagenti per la profilazione genetica dei tumori. I magistrati hanno accolto la richiesta della procura, ritenendo non sussistenti i presupposti per l’azione penale dopo che le intercettazioni ambientali non avevano prodotto prove sufficienti per sostenere l’accusa di turbativa d’asta.

Un verdetto, questo, che restituisce serenità agli ambienti della ricerca biomedica, spesso messi in difficoltà da indagini che si trascinano per anni senza esito. Tornando ai dati clinici, va sottolineato che il trattamento con intismeran non presenta segnali di tossicità nuovi o inaspettati: gli effetti avversi più comuni (affaticamento, brividi e dolore al sito d’iniezione) sono stati prevalentemente di grado 1 o 2, gestibili senza la necessità di interrompere la terapia.

Nessun evento avverso di grado 4 o 5 è stato attribuito al vaccino, un dato che ne conferma la sicurezza d’impiego anche in un setting adiuvante come quello post-operatorio.

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