Il vaccino a mRna che tiene a bada il tumore del pancreas: i dati di una sperimentazione di fase 1
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Redazione Salute
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La neoplasia pancreatica, uno dei pochi fronti oncologici dove la mortalità è rimasta ostinatamente elevata nonostante i progressi della ricerca, potrebbe aver incontrato un rivale inaspettato. Si tratta di un vaccino terapeutico personalizzato a mRna, il cui meccanismo d’azione – a differenza della profilassi tradizionale – non previene il contagio, ma scatena una risposta immunitaria mirata contro le cellule tumorali residue dopo l’asportazione chirurgica. I risultati a lungo termine di uno studio clinico di fase 1, presentati nel corso dell’annuale congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR) a San Diego, hanno acceso un riflettore sull’efficacia di questo approccio, che ha dimostrato di prolungare la sopravvivenza in un gruppo selezionato di pazienti operati.
Condotto dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, l’esperimento ha arruolato sedici individui sottoposti a resezione del tumore, una condizione purtroppo riservata a una minoranza di malati (si stima che solo un caso su cinque sia diagnosticato in fase operabile). A questi pazienti, dopo l’intervento, è stata somministrata una terapia combinatoria che affiancava al vaccino sperimentale – sviluppato dalle case farmaceutiche BioNTech e Genentech – la chemioterapia standard e farmaci immunoterapici. L’obiettivo, come spiegano gli oncologi, era armare il sistema immunitario affinché riconoscesse e neutralizzasse le cellule malate prima che queste potessero dare origine a recidive, un evento fin troppo frequente nonostante la radicalità dell’intervento.
La risposta immunitaria e il dato sulla sopravvivenza a sei anni
La ricerca ha suddiviso i partecipanti in due gruppi distinti in base alla reazione del loro organismo. In otto di loro, il vaccino ha funzionato come un vero e proprio addestramento militare per i linfociti T, generando una risposta immunitaria robusta e duratura contro i neo-antigeni specifici del loro tumore. A distanza di un periodo di osservazione compreso tra i quattro e i sei anni dall’operazione, sette di questi otto “responder” (quasi il 90%) erano non solo vivi, ma liberi dalla malattia. La cifra diventa ancora più eclatante se paragonata al destino degli altri otto pazienti, quelli che non hanno sviluppato una difesa immunitaria efficace: in questo secondo gruppo, la mortalità è stata schiacciante, con solo due sopravvissuti (il 25%) allo stesso traguardo temporale.
A emergere tra i dati clinici – per usare una metafora giornalistica – è anche la storia personale di Donna Gustafson. Prima paziente ad essere arruolata nella sperimentazione alla fine del 2019, quando le fu diagnosticato un cancro al pancreas in secondo stadio, la donna ha ricevuto nove dosi del vaccino personalizzato alternate alla chemioterapia. Sei anni dopo, guarita e senza particolari restrizioni, ha voluto celebrare il risultato e il mezzo secolo di matrimonio con il marito in un modo che sfida la stessa narrazione della malattia: l’anno scorso ha scalato l’Etna.
Meccanismo d’azione e limiti attuali dell’approccio terapeutico
A differenza della chemioterapia, che agisce come un’arma indiscriminata danneggiando anche i tessuti sani, il vaccino a mRna personalizzato rappresenta un’evoluzione verso una medicina di precisione. Il processo è complesso e avviene in stretta prossimità dell’intervento: i chirurghi asportano il tumore, i genetici ne sequenziano il Dna per individuare le mutazioni uniche di quel paziente, e in laboratorio si sintetizza il messaggero genetico che, una volta iniettato, “mostra” al sistema immunitario il bersaglio da attaccare. Questo approccio si rivela cruciale per combattere i tumori “freddi” – definizione tecnica che indica quelle neoplasie, come quella pancreatica, che di solito oppongono una forte resistenza alle immunoterapie tradizionali.
Tuttavia, non si tratta di una panacea immediata. L’accesso a questo trattamento è al momento limitato a una nicchia ristrettissima di malati: chi riesce a sottoporsi all’asportazione chirurgica del tumore. Inoltre, lo studio di fase 1 – per sua natura – ha dimensioni ridotte e serve principalmente a testare sicurezza e risposta biologica, non l’efficacia clinica su larga scala. È già partita una sperimentazione di fase 2, molto più ampia, che coinvolgerà centri in tutto il mondo (compreso il Regno Unito) per verificare se questi risultati straordinari, ma ottenuti su pochi individui, possano essere replicati in una popolazione eterogenea di pazienti.




