Cancro al pancreas, il vaccino a mRna e i risultati della sperimentazione: quasi tutti i pazienti vivi sei anni dopo

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Redazione Salute Redazione Salute   -  

La ricerca oncologica, concentrandosi sulle neoplasie più insidiose, ha recentemente fornito aggiornamenti significativi nella lotta al tumore al pancreas. Presentati nel corso del congresso dell’American Association for Cancer Research Annual Meeting, i dati relativi a un vaccino terapeutico sperimentale a mRNA – personalizzato in base al profilo genetico di ciascun malato – offrono uno spiraglio concreto laddove, fino a poco tempo fa, il margine di manovra era pressoché inesistente. Condotto dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center (Msk) americano, lo studio clinico di fase 1 ha coinvolto un piccolo gruppo di pazienti, monitorandone l’evoluzione per un arco temporale che ha raggiunto i sei anni dall’ultima somministrazione del trattamento. L’aspetto più rilevante emerso dal follow-up riguarda la sopravvivenza: quasi il 90% delle persone il cui sistema immunitario ha risposto al vaccino era ancora in vita a quella distanza di tempo, un dato che stride nettamente con la mortalità elevatissima che caratterizza questa patologia.

Meccanismo d’azione e personalizzazione della terapia

A differenza dei vaccini profilattici, questo approccio – definito terapeutico – mira a scatenare una reazione dell’organismo contro le cellule tumorali già presenti, istruendo il sistema immunitario affinché le riconosca come nemiche. Lo strumento utilizzato, l’Rna messaggero, codifica per specifiche proteine (neoantigeni) presenti esclusivamente sul tessuto neoplastico del singolo individuo. Nel dettaglio, il vaccino autogeno cevumeran (noto anche come Bnt122) è stato somministrato dopo un intervento chirurgico, in combinazione con la chemioterapia e un farmaco immunoterapico inibitore del checkpoint. Il processo di produzione, partendo dall’analisi del Dna tumorale asportato, consente di creare una siringa su misura per il paziente, una procedura complessa che spiega perché lo studio sia ancora limitato a un numero ristretto di casi. La risposta osservata negli otto pazienti che hanno sviluppato linfociti T specifici contro il tumore dimostra come l’mRna possa "svegliare" le difese naturali, tenendo a bada la malattia per anni.

Il confronto con i big killer e i numeri della malattia

L’entusiasmo generato da questi risultati va però inquadrato nella drammatica realtà epidemiologica di questo cancro, spesso definito un "big killer". Secondo i report diffusi in occasione del congresso, il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi si aggira intorno al 13%, una percentuale che lo rende uno dei tumori solidi più letali. In Italia, si stimano circa 13.585 nuove diagnosi, con un incremento del 21% negli ultimi dieci anni; proiezioni statistiche, peraltro, indicano che entro i prossimi cinque anni questa neoplasia potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro nei Paesi occidentali. Solo un paziente su dieci, ricordano i ricercatori, è vivo a cinque anni dalla scoperta dei primi sintomi, una sopravvivenza che la terapia standard – basata su chirurgia e chemioterapia – non è ancora riuscita a scalfire in modo significativo. Per questo, ogni segnale positivo proveniente dalla sperimentazione di nuovi vaccini o molecole viene accolto con grande interesse dalla comunità scientifica.

Oltre il vaccino: nuove frontiere farmacologiche

Parallelamente allo sviluppo dell’immunoterapia a mRNA, la ricerca sta esplorando altre strade altrettanto promettenti per contrastare la progressione della malattia. Tra queste spiccano i cosiddetti inibitori di RAS, una proteina alterata nella grande maggioranza dei casi di tumore al pancreas e considerata storicamente "non attaccabile" dai farmaci tradizionali. Molecole sperimentali come daraxonrasib, capaci di interferire con questa via di segnalazione, sono attualmente oggetto di studio in combinazione con la chemioterapia convenzionale. Sebbene i dati presentati al congresso American Association for Cancer Research mostrino un potenziale notevole nel limitare le ricadute e nell’aumentare i tempi di sopravvivenza anche in fase avanzata, gli esperti invitano alla cautela: si tratta di risultati iniziali, spesso basati su casistiche ridotte o studi di fase 1, che necessitano di conferme in trial clinici più ampi prima di tradursi in una pratica clinica diffusa. Ciò che conta, al momento, è la mole di informazioni nuove che sta alimentando un cambiamento di paradigma nella gestione di un oncologia finora rimasta nell’ombra.

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