Tumore al pancreas, il vaccino a mRna e quei pazienti ancora vivi dopo sei anni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La ricerca oncologica, negli ultimi mesi, ha cominciato a produrre dati concreti su un fronte storicamente ostico come quello del cancro al pancreas. E tra le varie strategie in cantiere – che spaziano dal farmaco sperimentale daraxonrasib, capace di interferire con la proteina Ras alterata, a combinazioni più aggressive di molecole innovative con la chemioterapia tradizionale – a emergere è ora un approccio terapeutico basato sull’Rna messaggero. Un vaccino personalizzato, ancora in fase sperimentale, ha mostrato risultati che pochi, fino a poco tempo fa, avrebbero osato pronosticare: in un piccolo gruppo di pazienti arruolati in uno studio clinico di fase 1 condotto dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center (Msk) americano, quasi il 90% di coloro il cui sistema immunitario ha risposto al vaccino risultava ancora in vita a distanza di sei anni dall’ultima somministrazione.

La sperimentazione di fase 1 e quei numeri che fanno riflettere

I ricercatori del centro statunitense hanno diffuso i dettagli di questo follow-up prolungato, evidenziando come la risposta immunitaria al vaccino a mRna rappresenti un fattore discriminante cruciale. Non si tratta, è bene sottolinearlo, di uno studio ampiamente esteso, bensì di un’analisi condotta su un campione limitato, come d’altronde impone il disegno di una fase 1. Eppure, la sopravvivenza osservata in quei pazienti “responder” – vale a dire in cui l’organismo ha riconosciuto e attaccato le cellule neoplastiche grazie allo stimolo del vaccino – si configura come un’anomalia statistica talmente marcata rispetto alla storia naturale della malattia da giustificare un cauto ma deciso ottimismo nel campo della ricerca di base.

Dall’mRna anti-Covid a una nuova frontiera terapeutica

La tecnologia dell’Rna messaggero, resa celebre – e in alcuni casi controversa – dalla sua adozione nei vaccini contro il Sars-CoV-2, trova qui un’applicazione completamente diversa: non si tratta di prevenire un’infezione, ma di “addestrare” il sistema immunitario di un singolo individuo a riconoscere le mutazioni specifiche delle sue stesse cellule tumorali. Ogni vaccino, in questo senso, diventa un prodotto unico, calibrato sulle alterazioni genetiche del tumore del paziente. Il virologo Roberto Burioni, intervenuto sul tema, ha richiamato l’attenzione sull’importanza di questi sviluppi, sebbene nessuno possa ancora parlare di una svolta definitiva. Il percorso resta lungo: dalla fase 1 a una eventuale approvazione clinica generale intercorrono anni di verifiche su casistiche più ampie e controlli randomizzati.

L’ottimismo della ricerca e il peso concreto dei risultati

Al congresso dell’American Association for Cancer Research Annual Meeting, i dati presentati hanno alimentato una comunicazione scientifica volutamente improntata alla speranza, senza per questo trascurare le difficoltà ancora aperte. Il tumore al pancreas rimane uno dei cosiddetti “big killer” oncologici, quello con i tassi di sopravvivenza a cinque anni più bassi tra tutte le neoplasie comuni. Di qui l’importanza di ogni passo avanti, per quanto limitato nella sua portata immediata. Il fatto che quasi nove pazienti su dieci con risposta immunitaria documentata siano vivi dopo sei anni rappresenta, nei fatti, una discontinuità rispetto alle attese. Un discontinuità che non è ancora una cura, ma che modifica il terreno su cui si gioca la partita. Nessuna generalizzazione è lecita, in questa fase, ma la direzione intrapresa dai ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center sembra tracciare un solco destinato a essere approfondito.

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