Mancini e Koné, i due simboli del momento no della Roma
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Redazione Sport
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La squadra di Gasperini, dopo la sconfitta di Como che ha proiettato i lariani al quarto posto in solitaria, vive una fase di flessione che coinvolge non solo i risultati ma anche le prestazioni dei singoli. E se è vero che le assenze pesano, con Dovbyk e Ferguson praticamente out per tutta la stagione e i continui problemi fisici di Dybala e Soulé che limitano il turnover -2, è altrettanto evidente come alcuni pilastri della formazione titolare stiano offrendo un rendimento ben al di sotto degli standard mostrati nella prima metà di campionato. L'emblema di questa difficoltà collettiva, come sottolineato da più voci, è rappresentato dalla condizione di Gianluca Mancini e Manu Koné, due giocatori che erano stati tra i più positivi e che ora appaiono irriconoscibili, quasi affaticati da una stagione che per intensità e impegno sta presentando un conto salato.
Un calo che parte dalla testa e arriva alla tenuta difensiva
Le ragioni di questo appannamento, che ha portato la Roma a incassare undici reti nel girone di ritorno a fronte delle quattordici dell'intero girone d'andata con una media passata da 0,6 a 1,1 gol subiti a partita, sono molteplici e intrecciate tra loro. Oltre alla stanchezza atletica, ci sono fattori mentali che incidono sulla reattività della squadra, come il contraccolpo psicologico per il gol subito allo scadere contro la Juventus o la gestione di alcuni episodi arbitrali sfavorevoli, vedi il rigore non concesso a Genova e l'espulsione giudicata ingiusta di Wesley a Como, che hanno minato le certezze dell'ambiente. La solidità difensiva, a lungo punto di forza e spesso mascherata dai miracoli di Svilar, si è incrinata: i gol subiti nei minuti finali stanno diventando una costante, con otto punti persi dall'inizio dell'anno per reti incassate nell'ultimo quarto d'ora, un dato che tra le prime dieci della classe non ha eguali. In questo contesto di minor protezione, anche un estremo difensore come Svilar può incappare in una serata meno lucida, come accaduto sul pareggio di Douvikas, ma il problema è sistemico e riguarda l'intero reparto.
La difficoltà di incidere in attacco e la solitudine di Malen
Se il reparto arretrato mostra segni di cedimento, la manovra offensiva non è da meno. L'arrivo di Malen ha portato vivacità e gol, sette in dieci partite, ma l'olandese finisce troppo spesso per essere lasciato in una condizione di isolamento. L'assenza di alternative valide in panchina, dovuta agli infortuni che hanno decimato il reparto avanzato, costringe Gasperini a poche variazioni, rendendo la squadra prevedibile. A Como, dopo il vantaggio su rigore, la Roma è apparsa incapace di ripartire e di reagire, perdendo quella tipica identità aggressiva che contraddistingue le sue squadre e limitandosi a subire la manovra avversaria. La sensazione, analizzando le partite con Juve, Genoa e Como, è che gli avversari, potendo attingere a panchine lunghe e di qualità, riescano a cambiare l'inerzia del match, mentre i giallorossi faticano a trovare scardinanti dalla propria riserva.
La rosa corta e l'emergenza infortuni
Il tecnico di Grugliasco si trova a dover gestire un'emergenza che limita fortemente le sue scelte. La Roma detiene il record negativo di avere quattro giocatori con la stagione praticamente finita, una situazione che rende complicato qualsiasi tipo di rotazione e porta inevitabilmente alcuni interpreti a giocare oltre i loro limiti di tenuta. Le parole del direttore sportivo Massara alla vigilia della gara di Como, che sottolineavano l'importanza di poter ruotare soluzioni, suonano ora come un'analisi lucida di un problema che sul campo è sotto gli occhi di tutti. La differenza nella gestione delle forze è apparsa evidente anche confrontando la formazione della Roma con quella del Bologna, che in coppa ha cambiato otto undicesimi, dimostrando una profondità di rosa che ai capitolini al momento manca. Un problema che, combinato con il calo di alcuni singoli, sta facendo vacillare le ambizioni Champions della squadra.




