Salam all'Onu: il futuro del Libano non sarà deciso da altri, Israele si ritiri

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha portato davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite una posizione netta, costruita su un principio che non ammette compromessi: nessuno parla a nome del Libano e nessuno negozia per esso al di fuori delle sue istituzioni costituzionali. «Il futuro del Libano non sarà deciso da altri al suo posto, né la sua sicurezza e stabilità potranno diventare il prezzo di accordi conclusi in sua assenza», ha dichiarato dal podio del Palazzo di Vetro, davanti ai leader e alle delegazioni riunite per il dibattito annuale.

La richiesta di ritiro e il quadro della risoluzione 1701

Salam ha indicato con precisione le condizioni che il Libano pone per considerare chiusa la fase di conflitto: il consolidamento del cessate il fuoco, il ritiro delle truppe israeliane da tutto il territorio libanese fino ai confini internazionalmente riconosciuti, il rilascio di tutti i detenuti, il ritorno sicuro e dignitoso della popolazione nei villaggi e nelle città, e la ricostruzione di quanto è stato distrutto dalla guerra.

Il riferimento giuridico è duplice: da un lato l'Accordo generale di armistizio del 1949, dall'altro la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, il testo approvato nel 2006 che pose fine alle ostilità tra Israele e Hezbollah e che da quasi due decenni costituisce l'architrave dell'assetto di sicurezza nel Libano meridionale.

La risoluzione 1701, adottata all'unanimità, chiedeva la cessazione completa delle ostilità, il dispiegamento dell'esercito libanese nel sud e l'aumento degli effettivi della Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano fino a un massimo di 15.000 uomini. Il testo imponeva inoltre il rispetto della cosiddetta Linea Blu, la linea di ritiro tracciata dall'Onu nel 2000, e l'istituzione di una zona libera da personale armato e mezzi militari tra la Linea Blu e il fiume Litani, fatta eccezione per le forze libvbiche e i caschi blu.

È su questo impianto che Salam ha costruito la sua richiesta di applicazione piena, lamentando che il problema non risiede nell'assenza di regole quanto nella loro applicazione selettiva, quando non nella loro mancata applicazione.

Il nodo Unifil e il rischio di un vuoto

Il discorso di Salam si è concentrato con particolare insistenza sulla scadenza che incombe sul contingente Onu. Il mandato di Unifil terminerà alla fine del 2026, in seguito alla decisione assunta dal Consiglio di Sicurezza lo scorso anno sotto pressione degli Stati Uniti.

Il primo ministro libanese ha reso omaggio al ruolo svolto dalla missione e ai sacrifici del suo personale nel preservare la stabilità, sostenere l'esercito libanese e attuare la risoluzione 1701, ma ha poi posto una questione dirimente: evitare il vuoto che il ritiro di Unifil potrebbe creare qualora questo avvenisse senza un accordo su una nuova forza internazionale destinata a sostituirla.

La preoccupazione non è isolata. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha presentato nei mesi scorsi tre opzioni per una presenza uniformata dell'Onu dopo la fine di Unifil, tutte caratterizzate da effettivi ridotti rispetto agli attuali circa 7.500 caschi blu provenienti da 46 paesi. La più robusta delle tre ipotesi prevede 350 osservatori militari non armati affiancati da circa 3.700 militari per la protezione della forza, per un totale di oltre 5.500 unità, con la capacità di monitorare circa due terzi della Linea Blu da postazioni statiche e di interporsi tra le parti. Le altre due opzioni scendono progressivamente fino a un minimo di 1.980 unità complessive, con capacità di interposizione nulla o assai limitata.

Negoziati sotto egida americana e monopolio delle armi

Salam ha rivelato che lo Stato libanese è entrato in negoziati con Israele sotto gli auspici degli Stati Uniti e del suo presidente, ringraziando Washington per il ruolo svolto, con l'obiettivo di raggiungere intese che garantiscano la fine della guerra e il ripristino della piena sovranità libanese.

Il successo, ha precisato, non sarà misurato dalle intenzioni dichiarate ma dall'attuazione concreta: il quadro tripartito raggiunto nei negoziati deve tradursi in passi operativi, con un calendario chiaro e un meccanismo di verifica che assicuri l'esecuzione di ogni clausola.

Il concetto di sovranità che Salam ha illustrato è indivisibile, e si articola su due binari paralleli. Da un lato esige il ritiro israeliano da tutto il territorio libanese; dall'altro rivendica l'estensione dell'autorità dello Stato su ogni parte del paese attraverso le proprie forze, con le armi che devono essere esclusivamente nelle mani dello Stato.

Si tratta di un riferimento trasparente alla questione del disarmo delle milizie, che la risoluzione 1701 richiama esplicitamente insieme alle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza 1559 e 1680, le quali esigono che non vi siano armi o autorità al di fuori dello Stato libanese.

Il primo ministro ha anche delineato il bilancio umanitario della guerra, menzionando le vaste distruzioni di abitazioni, infrastrutture e settori produttivi, e ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché continui a finanziare le necessità di base degli sfollati, insieme agli sforzi per la ripresa precoce, la ricostruzione e lo sviluppo.

La ricostruzione del Sud, ha detto, non è soltanto la riedificazione di pietre, ma il ripristino delle vite delle persone, dei loro mezzi di sostentamento e del loro diritto di vivere in sicurezza e dignità sulla propria terra.

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