Borse europee in balia del conflitto, petrolio e gas dettano il passo. Eni blinda l’accordo con la Nigeria mentre Mps sprofonda
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Redazione Economia
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La seduta del 6 marzo aveva aperto i battenti con un cauto ottimismo, trascinata dal recupero di Tokyo e dai primi scambi positivi sui listini del Vecchio continente, ma l’entusiasmo si è spento nel giro di poche ore. Le principali piazze finanziarie europee, Francoforte in testa nonostante un avvio oltre lo 0,7%, sono precipitate in territorio negativo, vittime di quella che ormai è una costante dell’umore degli investitori: la paura per un allargamento del conflitto in Medio Oriente. L’indice Dax, dopo il buon avvio, è scivolato insieme a Parigi e ad Amsterdam, con Madrid che ha limitato i danni ma senza riuscire a mantenersi in verde. Piazza Affari, dal canto suo, ha visto il Ftse Mib cedere un punto percentuale, annullando il lieve rialzo dello 0,3% segnato in apertura. A pesare sui mercati è la combinazione tossica tra l’instabilità geopolitica e il suo riflesso più immediato, quel caro-energia che torna a mordere: il prezzo del greggio, dopo aver frenato nelle prime battute, ha ripreso la sua corsa, trascinando con sé le attese sull’inflazione e alimentando timori che le banche centrali possano mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto. Lo spread, in questo clima, resta sotto osservazione, ma sono le materie prime a rubare la scena, con l’oro che consolida il suo ruolo di bene rifugio quotandosi in rialzo.
Il risiko bancario italiano e il caso Mps: un tonfo da 1,9 miliardi
Se i listini arretrano, c’è chi arretra più degli altri e chi, invece, prova a resistere. Nel settore bancario, la situazione rimanta complessa e frammentata. La coppia formata da Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca continua a tenere banco tra gli analisti, ma per gli azionisti del gruppo senese le ultime ore sono state tutt’altro che dolci. La decisione del consiglio di amministrazione di non includere l’amministratore delegato Luigi Lovaglio nel nuovo cda ha scatenato una reazione a catena sul Titolo, con una perdita che, sommata a quella della controllata, ha polverizzato quasi due miliardi di capitalizzazione. Una mossa, quella del board, che ha gelato il mercato e che arriva dopo la presentazione di un piano industriale che, a detta di molti, non aveva convinto fino in fondo per la sua prudenza. E mentre a Siena si contano i danni, sul fronte opposto Eni ha fornito un contrappunto di stabilità. Il colosso energetico guidato da Claudio Descalzi ha infatti messo nero su bianco un accordo di portata strategica con il governo federale della Nigeria, trasformando la licenza esplorativa Oil Prospecting Licence 245 in quattro nuove concessioni nelle acque profonde. Un’intesa che chiude vecchie controversie arbitrali e apre la strada allo sviluppo dei giacimenti Zabazaba ed Etan, le cui riserve sono stimate attorno ai cinquecento milioni di barili. Un’operazione che rafforza la presenza di Eni in un’area cruciale, in un momento in cui la sicurezza energetica torna prepotentemente al centro dell’agenda globale.
L’incertezza geopolitica e il ritorno del caro greggio
A gettare benzina sul fuoco della volatilità è, inevitabilmente, l’escalation delle ostilità che hanno per teatro l’Iran. Dopo una mattinata di moderato ottimismo, gli operatori hanno dovuto fare i conti con la realtà di un conflitto che non accenna a placarsi e che minaccia di estendersi ad altre aree del Medio Oriente. I timori di un blocco delle forniture, in particolare attraverso lo Stretto di Ormuz, hanno riacceso la miccia dei prezzi del petrolio e del gas, vanificando la lieve flessione registrata all’avvio delle contrattazioni. Gli investitori, in questo quadro, guardano con apprensione ai dati macroeconomici in arrivo dagli Stati Uniti, in particolare quelli sul mercato del lavoro, che potrebbero fornire indicazioni preziose sulle prossime mosse della Federal Reserve. I futures su Wall Street, reduci da una chiusura negativa, viaggiano in rosso, sintomo di una fiducia che langue. In un contesto del genere, anche il cambio euro-dollaro, attestatosi in area 1,1566, risente delle turbolenze, mentre l’oro continua la sua ascesa, confermandosi il classico porto sicuro verso cui convergono i capitali in cerca di protezione dall’incertezza e dall’inflazione galoppante.
Piazza Affari sotto la lente: resistono le utility, soffre l’automotive
Tornando a Piazza Affari, il quadro che emerge è quello di una piazza finanziaria che, pur mostrando una resilienza maggiore rispetto ad altre omologhe europee nelle ultime cinque sedute — con una flessione contenuta al di sotto del quattro per cento —, non può certo dirsi immune al clima generale di sfiducia. Oltre al caso Mps, che ha catalizzato l’attenzione degli addetti ai lavori, si muovono altri comparti. Il settore automobilistico, da tempo in sofferenza per i cambiamenti strutturali del mercato, accusa il colpo delle possibili ripercussioni sui costi dell’energia, mentre le utility, nonostante qualche sprazzo positivo, restano in bilico tra la spinta delle rinnovabili e il peso delle incertezze normative. In questo scacchiere complesso, la notizia dell’accordo tra Eni e il governo nigeriano ha offerto uno spunto di riflessione su come le grandi aziende italiane stiano cercando di blindare il proprio futuro in un contesto internazionale sempre più frammentato. L’intesa, che consente di voltare pagina su un contenzioso che durava da anni, permetterà al gruppo di mettere a frutto le proprie competenze nello sviluppo sottomarino, un settore in cui l’Italia può vantare un’indiscussa leadership tecnologica. Un piccolo segnale di discontinuità, in una giornata altrimenti dominata dal rosso dei listini e dall’incertezza di una guerra che, dalle sabbie del Medio Oriente, continua a dettare l’agenda economica del pianeta.




