L’America che prega per la guerra e i militari che si ribellano: “Non siamo crociati”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è soltanto una questione di strategia geopolitica, di alleanze instabili in Medio Oriente o di riequilibrio delle sfere d’influenza, quella che emerge dalle prime, concitate fasi dell’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. C’è un altro fronte, parallelo e forse più profondo, che si sta aprendo all’interno delle stesse forze armate americane. È il fronte della fede, o meglio, dello scontro tra la laicità delle istituzioni e un fervore religioso che, a quanto denunciano decine di militari, starebbe contaminando la catena di comando. La fotografia scattata nello Studio Ovale, con Donald Trump circondato da pastori evangelici che gli impongono le mani in preghiera per la vittoria, non era uno scatto folcloristico, ma la sintesi perfetta di una narrazione che, dalle chiese, si è spostata agli ordini operativi.

L’ong Military Religious Freedom Foundation, che da anni vigila sulla libertà di coscienza nei reparti, ha reso noto un dato impressionante: dall’inizio delle operazioni, denunce e rapporti ufficiali sono piovuti da oltre cinquanta basi militari, coinvolgendo tutte le componenti delle forze armate. Il contenuto di questi esposti, firmati da soldati di diversi credo – cristiani, musulmani, ebrei – è raccapricciante per chi crede nella separazione tra Stato e Chiesa. Si parla di comandanti che, durante i briefing operativi, non illustrano obiettivi tattici o piani di contingenza, ma spiegano ai sottoposti che la guerra in corso è parte di un “disegno divino”, che i marines e i piloti sono “in missione per conto di Dio”.

Il ritorno dell’Apocalisse nei briefing del Pentagono

La testimonianza più inquietante, riportata da diverse testate internazionali, arriva da un sottufficiale che ha scritto alla fondazione a nome di un gruppo di commilitoni. L’uomo descrive un superiore diretto, un comandante di unità da tempo noto per le sue posizioni apertamente confessioniste, che durante una riunione preparatoria avrebbe esortato i presenti a non avere paura. L’ufficiale avrebbe infatti rivelato che il presidente Trump sarebbe “l’unto di Gesù”, scelto per “accendere il fuoco in Iran” e scatenare quell’Armageddon che, secondo una certa escatologia protestante, prelude alla seconda venuta di Cristo sulla Terra. Non si tratta, quindi, di un semplice sostegno personale alle truppe, ma della rilettura in chiave teologica di un conflitto che ha già causato centinaia di vittime civili e militari.

A rendere il tutto ancora più esplosivo è la reazione di una parte della classe politica. Ventisette membri del Congresso, tutti democratici, hanno firmato una lettera indirizzata all’ispettore generale del Dipartimento della Difesa, chiedendo un’indagine formale. I firmatari, tra cui figurano nomi noti come Nancy Pelosi e Ilhan Omar, non chiedono solo di far luce sulle singole dichiarazioni, ma vogliono verificare se queste non siano la diretta conseguenza di un clima politico e religioso voluto dai vertici. Il sospetto è che l’attuale segretario alla Difesa, Pete Hegseth, con le sue frequenti apparizioni pubbliche in contesti religiosi e le sue dichiarazioni apertamente cristiane, abbia di fatto legittimato l’idea che la fede personale possa diventare la lente attraverso cui leggere e giustificare le scelte belliche della nazione.

La dottrina della “guerra santa” e il disagio delle truppe

Ciò che emerge dalle pieghe di questa vicenda è un cortocircuito istituzionale non da poco. I soldati americani, come ricordano gli stessi deputati nella loro lettera, prestano giuramento alla Costituzione, un documento laico che vieta esplicitamente l’imposizione di un credo religioso come condizione per ricoprire incarichi pubblici o militari. Trovarsi di fronte a un comandante che spiega il conflitto citando il Libro della Rivelazione e parlando del ritorno di Gesù non è solo motivo di imbarazzo, ma per molti costituisce una palese violazione del codice militare, che impone la neutralità religiosa in ambito di servizio.

E se per alcuni evangelici, come il telepredicatore John Hagee, l’attacco all’Iran rappresenta l’inizio della fine dei tempi profetizzata, per i soldati sul campo – o in attesa di esserlo – il conflitto si traduce in ordini reali, mine, droni e sangue vero. Le oltre duecento denunce raccolte parlano di un morale a pezzi, di un senso di smarrimento tra i reparti, dove la coesione viene messa a dura prova da un superiore che valuta la devozione personale come un criterio implicito di fedeltà alla missione. È il paradosso di un’amministrazione che, a parole, dice di voler selezionare per l’Iran un “buon capo” che firmi la resa, mentre al proprio interno cresce il numero di chi denuncia di essere guidato da fanatici pronti a trasformare una guerra per il controllo del petrolio in una crociata medievale. La laicità dello Stato, in questa deriva, sembra essere la prima vittima collaterale del conflitto.

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