9 settimane e ½, stasera in tv: il cult che scandalizzò gli anni ottanta
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Redazione Cultura e Spettacolo
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In onda su Rai Movie, il film diretto da Adrian Lyne nel 1986 torna a riaccendere i riflettori su una pellicola che, superando i confini allora consentiti dal mainstream, seppe trasformare uno scontroso agente di borsa e una gallerista d'arte in icone di un eros malinconico e controverso. La trama, che narra la relazione ossessiva e torbida tra John Gray e Elizabeth McGraw, deve la sua origine a un romanzo di memorie pubblicato sotto pseudonimo, un'opera semi-autobiografica la cui autrice, nonostante le numerose speculazioni, mantenne sempre un rigoroso distacco dalla trasposizione cinematografica. Quel libro, un testo autolesionista e crudo, fornì la base narrativa che, pur ammorbidita nella sceneggiatura, conservò il nucleo di una passione distruttiva, ambientandola nella New York yuppie che faceva da sfondo a eccessi e scoperte.
Dietro le quinte di uno scandalo
Le riprese, come spesso accade per opere che esplorano territori sensibili, non furono esenti da tensioni, con presunti litigi sul set tra i due protagonisti, mentre la costruzione delle scene più spinte richiese l'impiego di controfigure, una scelta tecnica volta a proteggere gli attori ma anche a garantire quel realismo che il regista perseguiva. Lo stesso Mickey Rourke, del resto, si sottopose a una drastica trasformazione fisica, arrivando a perdere una notevole quantità di peso per calarsi nella parte di un uomo la cui magnetica attrazione era intrisa di un cinismo sofferente, un dato di cronaca delle lavorazioni che contribuì a costruire l'aura mitica del film. D'altra parte, Kim Basinger seppe conferire al suo personaggio una vulnerabilità ambigua, oscurata forse dal clamore per le sequenze più audaci, ma fondamentale per bilanciare la dinamica di potere nella relazione.
La colonna sonora come personaggio
Se le immagini divennero icone, la musica del film si trasformò in un vero e proprio simbolo erotico dell'epoca, con la hit "You Can Leave Your Hat On" di Joe Cocker che, associata a una delle sequenze più memorabili, travalicò lo schermo per imporsi nelle classifiche e nell'immaginario collettivo. Quella canzone, insieme al resto della curata colonna sonora, non fu un semplice accompagnamento, ma un commento emotivo e narrativo che esaltava le atmosfere, amplificando tanto la carica seduttiva quanto la sottostante disperazione della storia. Un successo, quello del brano, che sopravvisse a lungo alle polemiche iniziali della critica, regalando al film una seconda vita attraverso le radio e le compilation, anche quando le discussioni sul suo valore artistico si placarono.
Un percorso verso lo status di cult
L'accoglienza iniziale nelle sale statunitensi, infatti, non fu trionfale, segnata da recensioni spesso severe che ne stigmatizzavano il contenuto esplicito, considerato da molti eccessivo per un'opera destinata al grande pubblico. Tuttavia, proprio quella capacità di "rompere gli schemi", di spingersi dove pochi film con un cast così prominente si erano avventurati, ne decretò la longevità, trasformando quella che poteva sembrare una parentesi scandalistica in un punto di riferimento duraturo. Il passare del tempo e l'evoluzione dei costumi sociali hanno poi permesso una rilettura più sfumata, dove la componente erotica non oscura più la riflessione sui giochi di dipendenza affettiva, garantendo alla pellicola, a quarant'anni dalla sua uscita, continue riscoperte e trasmissioni televisive sempre accompagnate da un rinnovato interesse.




