Il bikini compie 80 anni: la vera storia dell'invenzione che scandalizzò il mondo

Il bikini compie 80 anni: la vera storia dell'invenzione che scandalizzò il mondo
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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era il 5 luglio 1946 quando, nella piscina del resort Piscine Molitor, a Parigi, venne presentato ufficialmente quello che sarebbe diventato il simbolo di un'epoca. Quattro piccoli triangoli di tessuto, per un totale di appena trenta centimetri quadrati di stoffa, e una pancia che rimaneva completamente scoperta: questo era il bikini, l'invenzione dell'ingegnere automobilistico francese Louis Réard, destinata a rivoluzionare per sempre i costumi balneari e, più in generale, il rapporto della società con il corpo femminile.

A dire il vero, Réard non era il solo ad aver avuto l'intuizione di dividere in due pezzi il costume intero. Qualche settimana prima, il couturier Jacques Heim aveva già lanciato il "Atome", un due pezzi che lasciava scoperto l'ombelico e che veniva pubblicizzato come "il più piccolo costume da bagno del mondo". Fu proprio la sfida con il collega, unita alla volontà di creare qualcosa di ancor più ridotto e audace, a spingere Réard a osare.

Il nome scelto per la sua creazione, "bikini", non fu casuale: l'ingegnere lo prese in prestito dall'atollo di Bikini, nell'Oceano Pacifico, dove pochi giorni prima gli Stati Uniti avevano condotto dei test atomici. L'intento era chiaramente provocatorio, come a suggerire che quel costume avrebbe avuto un impatto esplosivo, paragonabile a quello di una bomba, sulle rigide convenzioni sociali del dopoguerra.

Un esordio difficile: lo scandalo e la ricerca di una modella

Nonostante l'eco mediatica suscitata dalla presentazione, il percorso del bikini non fu affatto in discesa. La società dell'epoca, ancora profondamente legata a canoni di pudore e moralità, non era pronta ad accettare una simile esposizione del corpo. La ricerca di una modella che accettasse di indossare il due pezzi per la presentazione ufficiale si rivelò un'impresa titanica. Réard fu costretto a rivolgersi a Micheline Bernardini, una giovane spogliarellista del Casino de Paris, l'unica disposta a sfidare il perbenismo imperante.

La scelta, lungi dall'essere casuale, sottolineò immediatamente la natura scandalosa e fuori dagli schemi del capo d'abbigliamento, etichettato a priori come qualcosa di indecente e relegato ai margini del costume tradizionale.

Le reazioni non si fecero attendere. Il bikini venne bandito dalle spiagge di mezza Europa e da diversi stati americani; la Spagna franchista ne proibì la vendita e l'uso, mentre l'Italia, sotto l'influenza della Chiesa cattolica, lo guardava con estremo sospetto. Per quasi un decennio, il due pezzi rimase un oggetto proibito, un vezzo da salotti ribelli o da locali notturni, ben lontano dalla luce del sole e dalla sabbia delle località turistiche.

Fu necessario attendere l'arrivo degli anni Cinquanta e l'irresistibile ascesa del cinema hollywoodiano per assistere a una prima, timida, riabilitazione.

Le dive e la consacrazione cinematografica

Il grande schermo ebbe un ruolo determinante nel trasformare il bikini da simbolo di scandalo a oggetto del desiderio e, infine, a capo di moda indispensabile. Fu Bridget Bardot, con il suo fisico prorompente e la sua naturale sensualità, a regalare al costume da bagno due pezzi la sua prima, decisiva, consacrazione popolare. Nel 1956, sul set del film "Pardonnez nos offenses", la celebre attrice francese venne fotografata in bikini sulla spiaggia di Saint-Tropez, scatenando un tale clamore da trasformare quella località della Costa Azzurra in una delle mete del jet-set internazionale.

Da quel momento, indossare un bikini non fu più un atto di ribellione, ma un gesto di stile, un'emulazione delle dive che popolavano i sogni del pubblico.

Qualche anno più tardi, nel 1962, fu la volta di Ursula Andress. La scena in cui l'attrice svizzera emerge dalle acque cristalline nelle vesti di Honey Rider, nel primo film di James Bond "Licenza di uccidere", indossando un bikini bianco con cinturone, divenne una delle immagini più iconiche della storia del cinema. Quel costume, battuto all'asta per decine di migliaia di dollari, rappresentò il punto di non ritorno, l'atto ufficiale con cui il bikini si impose come un capo intramontabile, capace di unire erotismo e avventura, glamour e modernità.

Negli stessi anni, anche la musica e la cultura giovanile ne fecero un emblema di libertà: canzoni come "Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Polka Dot Bikini" raccontarono con leggerezza il timore e l'eccitazione di mostrarsi in costume, contribuendo a normalizzarne l'uso tra le giovani generazioni.

L'evoluzione e l'eredità di un'icona

Da allora, il bikini ha attraversato otto decenni di storia, adattandosi ai mutamenti culturali e alle mode, senza mai perdere la sua carica dirompente. Negli anni Sessanta divenne più minimalista, con il trionfo del triangolo; nel decennio successivo si fece audace con l'invenzione del tanga, mentre gli anni Novanta lo videro rivivere in chiave sportiva, grazie al successo del costume a fascia.

Oggi, a ottant'anni dalla sua invenzione, il bikini è un oggetto di uso comune, un capo che si indossa con disinvoltura dalle spiagge del Molise, dove è ancora il protagonista indiscusso sotto gli ombrelloni, alle passerelle dell'alta moda, dove viene reinterpretato da stilisti come Jean Paul Gaultier o Emilio Pucci.

Il suo successo, al di là delle mode e dei ritorni del costume intero, sta proprio nella sua capacità di rappresentare un'idea di emancipazione e di libertà di scelta. Quella pancia scoperta che tanto scandalizzò i benpensanti del 1946 è oggi un dettaglio quasi scontato, a testimonianza di quanto la percezione del corpo e dell'intimità sia cambiata.

Il bikini, nella sua essenza di pochi centimetri di tessuto, racchiude una storia fatta di rivoluzioni sociali, battaglie per i diritti e un'incredibile capacità di adattarsi al tempo, conquistando un posto fisso nell'immaginario collettivo che nessun'altra creazione di moda, forse, è riuscita a eguagliare.

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