L’attentato a Trump durante la cena con la stampa e il video che riapre il caso
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Redazione Esteri
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Le immagini parlano, ma non sempre dicono tutto. A cinque giorni dal tentativo di irruzione durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, i procuratori federali degli Stati Uniti – quelli del Distretto di Columbia, per l’esattezza – hanno reso pubblico un video di sorveglianza che mostra Cole Tomas Allen, trentunenne ingegnere dal curriculum accademico eccellente, mentre cerca di forzare i varchi di sicurezza del Washington Hilton. Nella sequenza, resa nota dall’Afp e già agli atti dell’indagine, l’uomo si dirige verso la sala da ballo stringendo un fucile; alle sue spalle, ignari della scena, alcuni partecipanti al gala procedono verso i tavoli imbanditi. Il presidente Donald Trump, ormai da più di un anno alla Casa Bianca dopo la rielezione che non costituisce più una novità giornalistica, si trovava all’interno con i corrispondenti, in quella che resta una delle serate più simboliche del calendario politico-mediatico statunitense.
La colluttazione e il proiettile che ha ferito un agente
Nel corso della colluttazione tra l’assalitore e le guardie del – un frangente che il video inquadra solo in parte, lasciando spazio a molti interrogativi – un agente dei servizi segreti, che indossava un giubbotto antiproiettile, è stato raggiunto da uno sparo. Non è stato ancora chiarito, né dai pubblici ministeri né dagli investigatori sul campo, se si sia trattato di fuoco amico oppure di un colpo partito direttamente dal fucile di Allen. Il fatto, di per sé, alimenta già da solo un dibattito tecnico e giudiziario destinato a durare: chi ha premuto il grilletto che ha ferito un uomo incaricato di proteggere il capo dello Stato? L’agente, va detto, non sarebbe in pericolo di vita; la sua versione dei fatti, unita alle analisi balistiche in corso, potrebbe rivelarsi decisiva per ricostruire quei secondi di caos.
La prenotazione strategica e le lacune nella sicurezza interna
Allen, secondo quanto emerso dalle prime verifiche, aveva prenotato una stanza al Washington Hilton ben prima dell’evento. Non un gesto improvvisato, quindi, ma una mossa calcolata: l’obiettivo, sostiene l’accusa, era osservare i ritmi della sicurezza, capire dove si concentrassero i controlli, studiare gli accessi alla sala che avrebbe ospitato la cena. L’ingegnere del Caltech, un tempo perfino proclamato «insegnante del mese», aveva maturato la convinzione – lui stesso lo avrebbe riferito in fase di interrogatorio – che la gestione della sicurezza all’interno dell’hotel presentasse vistose lacune, con una concentrazione eccessiva di risorse all’esterno e un’attenzione minore rivolta agli ospiti già registrati. Un cliente tra i tanti, insomma, poteva nascondersi in piena vista.
Tra tiratore solitario e sintomo di un malessere più profondo
L’ombra del caso si allarga quando si prova a inquadrare la figura di Cole Tomas Allen: è l’ennesimo tiratore solitario, oppure rappresenta la punta affiorata di un disagio diffuso? Già in passato, quando Trump non era ancora stato investito ufficialmente della nomination repubblicana, un certo Thomas Matthew Crooks – a Meridian, in Pennsylvania – riuscì a colpirlo all’orecchio. Quel precedente, oggi, viene riletto alla luce del nuovo attentato, anche se i profili dei due aggressori paiono assai diversi per estrazione sociale e movente dichiarato. Quel che è certo – e che traspare dal video diffuso dalla Procura – è la determinazione con cui Allen ha tentato di superare i controlli, con il fucile in pugno, in direzione della sala da ballo dove il presidente stava pronunciando il suo discorso.
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