Scuola, il commissariamento del governo divide i sindacati e le regioni
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Redazione Interno
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La decisione del governo, che ha recentemente esteso la misura a Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, continua a sollevare un muro di proteste da parte dei sindacati del settore e delle amministrazioni locali coinvolte. Flc Cgil, Cisl Scuola e Snals Convergenza, in particolare, puntano il dito contro quella che definiscono una carenza informativa alla base delle scelte operate dal commissario. Sostengono, infatti, che l’assenza di dati aggiornati e precisi sul numero effettivo degli alunni abbia inevitabilmente distorto il processo, portando a degli accorpamenti tra istituti più estesi e penalizzanti di quanto sarebbe stato strettamente necessario se si fossero potuti considerare numeri reali. Una procedura, questa, che rischia di alterare profondamente il tessuto scolastico dei territori senza avere la certezza di agire sulla base di un quadro demografico fedele alla realtà.
La posizione dura delle regioni commissariate
Dalla Sardegna arriva una reazione particolarmente decisa, che lascia presagire una possibile battaglia legale. L’assessora regionale alla Pubblica Istruzione, Ilaria Portas, ha chiarito che, pur non avendo ancora definito la strategia da seguire, un ricorso contro il provvedimento è un’ipotesi concreta. La regione, comunque, attenderà prima di muoversi l’esito di una sentenza del Consiglio di Stato su un caso analogo, per valutarne le implicazioni prima di intraprendere ogni azione giudiziaria. Una posizione di attesa, dunque, ma non di acquiescenza, che dimostra come il commissariamento sia stato percepito come un’imposizione dall’alto piuttosto che come un atto di ordinaria amministrazione.
La critica al metodo e al merito della manovra
Oltre alla questione dei dati, è il metodo stesso ad essere sotto accusa. Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha usato toni netti, definendo la scelta “sbagliata e ingiusta” in un video diffuso sui social network. Secondo la sua analisi, l’intervento del governo non valorizza affatto la scuola pubblica e le specificità dei diversi territori, imponendo una logica che trascura il lavoro preparatorio e di confronto già svolto a livello locale. Una critica che va al di là del singolo provvedimento, toccando il tema più ampio del rapporto tra governance centrale e autonomie regionali in un settore delicato come quello dell’istruzione.
La protesta coordinata delle province toscane
Anche in Toscana la reazione è stata unitaria e ferma. L’Unione delle Province Toscane (Upi) ha espresso una “forte contrarietà” alla decisione del governo, condannandone sia il merito che il metodo. Secondo l’ente, che rappresenta tutte le amministrazioni provinciali della regione, commissariare un settore strategico come la scuola senza tenere in debito conto la consistenza reale della popolazione studentesca e ignorando il confronto già avviato sui territori costituisce un errore grave. Una presa di posizione che unisce, in un fronte comune di dissenso, enti locali e organizzazioni sindacali, accomunati dalla percezione di un’imposizione calata dall’alto e poco attenta alla complessità della realtà scolastica periferica.




