Addio a Simone Forti, la pioniera della danza postmoderna che portò il movimento nel museo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n'è andata a novantun anni, nella sua Los Angeles adottiva, Simone Forti, artista italo-americana il cui nome è scolpito a lettere capitali nella storia dell'arte performativa e della danza contemporanea.

La sua scomparsa, avvenuta dopo una lunga battaglia contro il morbo di Parkinson, è stata annunciata dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano, che la rappresentava dal 2018, e chiude il cerchio di una vicenda umana e artistica straordinaria, cominciata a Firenze e bruscamente interrotta dalle leggi razziali che costrinsero la sua famiglia a lasciare l'Italia quando era ancora una bambina.

Dalle Dance Constructions al MoMA: il corpo come scultura vivente

Per comprendere l'impatto di Simone Forti sull'arte del Novecento e oltre, occorre infatti tornare agli anni Sessanta, quando la sua ricerca cominciò a scardinare i canoni della danza accademica per abbracciare un linguaggio inedito, capace di dialogare con la scultura e le arti visive. Furono le celebri Dance Constructions, vere e proprie strutture fisiche – come piani inclinati, corde e gabbie – all'interno delle quali i movimenti dei danzatori seguivano leggi quasi meccaniche e gravitazionali, a segnare il punto di non ritorno.

Queste opere, che oggi fanno parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York, non erano semplici coreografie ma installazioni vive, dove lo spostamento del baricentro e la ripetizione di gesti elementari diventavano strumenti di indagine sulla percezione dello spazio e sul rapporto tra il corpo e l'oggetto.

Una rivoluzione silenziosa, quella di Forti, che prese a prestito le geometrie del minimalismo per restituirle in forma di azione, spiazzando il pubblico e influenzando generazioni di performer e artisti visivi, da Yvonne Rainer a Robert Morris, con i quali condivise le sperimentazioni del celebre Judson Dance Theater di New York.

Un Leone d'Oro a distanza: l'emozione dell'ultimo saluto

A testimonianza di un'eredità che, come quella della compagna di strada Joan Jonas, risulta decisiva per orientarsi nel magma dell'arte contemporanea, nel 2023 la Biennale Danza di Venezia le ha attribuito il Leone d'oro alla carriera. In quella circostanza, la distanza geografica non ha affatto smorzato l'intensità del momento: collegata in video dagli Stati Uniti, l'artista ha accolto il riconoscimento con un'esultanza commovente, dimostrando che la sua energia vitale e la sua passione per il movimento non avevano conosciuto cedimenti.

Le parole che pronunciò in quell'occasione, "Alzo questo segnale luminoso, perché scuole e compagnie di danza lo vedano e sprigionino tutta la loro energia", riassumono bene il senso profondo di una missione artistica che non è mai stata fine a sé stessa, ma sempre apertura e invito alla scoperta per le nuove generazioni di danzatori e coreografi.

Oltre la danza: un linguaggio performativo contemporaneo

Ma il lascito di Simone Forti non si esaurisce certo nella definizione di pioniera della postmodern dance, etichetta che pure le calza a pennello per aver rivoluzionato il concetto stesso di movimento, liberandolo dalla schiavitù della tecnica virtuosistica e restituendolo alla sua dimensione più primaria e istintuale.

È piuttosto nella capacità di dare forma a un linguaggio performativo contemporaneo di vasta influenza che risiede il suo contributo più duraturo, quello che ha permesso alla danza di entrare a tutti gli effetti nel novero delle arti, con pari dignità rispetto alla pittura o alla scultura.

Forti ha infatti saputo costruire un ponte tra discipline apparentemente lontane, trasformando l'atto del camminare, del saltare o del cadere in un evento estetico di profonda caratura intellettuale, senza mai rinunciare a quella fisicità concreta e terragna che rendeva le sue performance così ipnotiche e al contempo destabilizzanti.

La sua ricerca, alimentata anche dallo studio dell'etologia e dei movimenti degli animali, ha allargato gli orizzonti della coreografia fino a includere il caso, l'improvvisazione e l'interazione con l'ambiente circostante, anticipando temi che solo decenni dopo sarebbero diventati centrali nel dibattito artistico internazionale.

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