«Non ti amo più, amo un altro»: la miccia che ha innescato la furia omicida di Vincenzo Dongellini
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Secondo quanto ricostruito dalle indagini coordinate dalla Procura di Bergamo, il delitto di Valentina Sarto, la quarantunenne barista uccisa a coltellate nella sua abitazione di via Pescaria a Valtesse, sarebbe maturato in un crescendo di tensioni culminato con la confessione, da parte della vittima, dell’inizio di una nuova relazione sentimentale. A rivelare i dettagli più intimi di quella che si configura come l’ennesima tragedia di genere è la madre della donna, Lia Ventura, la quale ha descritto il momento preciso in cui la situazione è precipitata: un messaggio vocale in cui Valentina comunicava al marito, Vincenzo Dongellini, il definitivo tramonto del loro legame. “Lui continuava a dirle dammi un’altra possibilità”, ha spiegato la madre, raccontando lo stillicidio psicologico a cui era sottoposta la figlia; quando lei, ormai esausta, ha pronunciato la frase “non ti amo più, amo un altro”, quella dichiarazione di autonomia affettiva ha rappresentato, nelle parole della madre, “la miccia nel suo cervello”.
Le ultime settimane tra minacce e la visita in caserma
La ricostruzione delle ultime settimane di vita di Valentina Sarto rivela un contesto di crescente pericolosità, reso evidente da episodi di violenza che sembravano intensificarsi dopo il matrimonio, celebrato nel maggio del 2025. Dalle testimonianze raccolte dagli inquirenti, supportate dai racconti del nuovo compagno della donna, Moris Panza, emerge che l’aggressività di Dongellini si era manifestata già in precedenza, culminando in almeno due aggressioni fisiche e in un costante atteggiamento di controllo, alimentato da una gelosia che l’amica della vittima ha definito “possessiva”. Sabato scorso, solo pochi giorni prima dell’omicidio, Panza aveva accompagnato Valentina presso la caserma dei carabinieri di Almenno San Salvatore con l’intenzione di formalizzare una denuncia o quantomeno di ricevere indicazioni su come gestire la situazione di pericolo. In quell’occasione, come ha riferito Panza, agli agenti furono fatti ascoltare alcuni messaggi vocali contenenti le minacce ricevute; tuttavia, la decisione di sporgere querela venne rimandata dalla stessa vittima, la quale chiese una settimana di tempo per valutare l’evoluzione della situazione, una scelta che purtroppo si è rivelata fatale.
La dinamica dell’omicidio e il silenzio dell’indagato
L’autopsia, eseguita all’obitorio dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, ha fornito riscontri oggettivi sulla ferocia dell’aggressione: Valentina Sarto è stata colpita da numerose coltellate, concentrate principalmente alla schiena e al collo, con una decina di fendenti che non le hanno lasciato scampo. Un dettaglio particolarmente significativo emerso durante il sopralluogo della polizia scientifica riguarda l’assenza di segni di difesa sul della vittima, un elemento che potrebbe suggerire come l’aggressione sia avvenuta alle spalle, cogliendo la donna di sorpresa nella sua stessa camera da letto. Dopo aver consumato il delitto, avvenuto tra le dieci e le undici della mattina di mercoledì, Dongellini ha contattato la figlia ventiduenne, nata da una precedente relazione, confessandole quanto accaduto; è stata proprio la ragazza, residente a Cremona, ad allertare il 118, costringendo gli agenti a forzare l’ingresso dell’appartamento. Trasferito in ospedale a causa di ferite superficiali ai polsi, la cui natura (se auto-inflitte o conseguenti a una colluttazione) è ancora oggetto di valutazione, Dongellini è stato successivamente dimesso e trasferito nel carcere di Bergamo. Sottoposto a interrogatorio dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota e dal sostituto Antonio Mele, l’uomo, assistito dall’avvocato Stefania Battistelli, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, lasciando agli inquirenti il compito di delineare il quadro indiziario attraverso testimonianze e reperti.
Il ritratto di un controllo invisibile agli occhi dei familiari
Al di fuori delle dinamiche processuali, le dichiarazioni dei familiari dipingono il ritratto di una relazione in cui il malessere era percepito ma forse sottovalutato. Il padre della vittima, in un intervento pubblico, ha espresso il rammarico per non essere stato messo al corrente delle reali difficoltà della figlia, ammettendo di aver sempre avuto una cattiva impressione dell’uomo che lei aveva scelto, senza però mai immaginare un epilogo così violento. La madre, Lia Ventura, ha raccontato di un episodio avvenuto tempo prima in cui la figlia le aveva inviato la foto di una mano fasciata, inizialmente giustificata come un incidente domestico; solo dopo ripetute insistenze Valentina aveva ammesso che il marito “gliel’aveva stritolata”, aggiungendo di non essersi recata al pronto soccorso proprio per evitare l’automatismo della denuncia. Questi frammenti, emersi tra le testimonianze delle amiche che descrivevano l’uomo come una persona “che si arrabbiava spesso” e quella del nuovo compagno, che custodiva i messaggi vocali delle minacce, delineano ora il quadro di una violenza sommersa che non ha trovato il suo argine nel sistema di protezione, nonostante gli ultimi tentativi della vittima di chiedere aiuto.




