Trump e l’inflazione al 4,2%: «La amo, sono numeri fantastici»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La Casa Bianca ha dovuto incassare ieri l’ennesimo colpo basso dell’economia, quello che nessun presidente vorrebbe mai vedere stampato in prima pagina durante una campagna per le midterm: l’inflazione è schizzata al 4,2% su base annua a maggio, toccando il livello più alto dall’inizio del 2023. Eppure, a giudicare dalle parole uscite dallo Studio Ovale, Donald Trump non solo non sembra preoccupato, ma ha trasformato il dato in una strana dichiarazione d’amore. «Lo adoro.

Sapete cosa mi piace davvero? Mi piace l’inflazione», ha detto ai giornalisti, liquidando con una battuta le ansie delle famiglie americane. Numeri "fantastici", ha ribadito, aggiungendo una promessa – tanto netta quanto difficilmente verificabile nel breve termine – secondo cui il costo della vita "crollerà come un macigno" non appena si concluderà il conflitto con l'Iran.

La fiammata dei prezzi e il prezzo della guerra nello Stretto

A guidare questa impennata, che ha superato le previsioni degli analisti portandosi ben oltre il target del 2% fissato dalla Federal Reserve, sono i rincari dell’energia, aumentati complessivamente di quasi un quarto rispetto all’anno scorso. La causa scatenante è sotto gli occhi di tutti: la guerra tra Stati Uniti e Iran, con la decisione di Teheran di chiudere di fatto lo Stretto di Hormuz, una via d’acqua cruciale attraverso la quale passa circa un quinto del petrolio mondiale.

Se è vero che l’amministrazione sostiene di aver messo in atto operazioni notturne per prelevare petrolio dal territorio iraniano per calmierare i prezzi (una rivelazione sorprendente fatta dallo stesso presidente), è altrettanto vero che la siccità delle forniture ha fatto schizzare il costo della benzina a pompa, con una media nazionale che ora supera i 4 dollari al gallone.

Non solo il carburante: i rincari si stanno trasmettendo a tutto lo spettro dei consumi, dai biglietti aerei all’assistenza sanitaria, segnando il terzo mese consecutivo di crescita dell’indice dei prezzi.

L’effetto domino sull’Europa tra tassi e incertezze

Il "macigno" dell’inflazione, però, non sta schiacciando solo gli Stati Uniti. Dall’altra parte dell’oceano, la Banca Centrale Europea si trova a dover gestire una tempesta perfetta generata dall’impennata dei costi energetici. Dopo aver tenuto fermi i tassi per circa un anno, i falchi del consiglio direttivo premono ora per un rialzo a giugno, spinti da un’inflazione che ad aprile ha già raggiunto il 3% nell’eurozona, un dato destinato probabilmente a peggiorare.

Isabel Schnabel, membro influente del board, ha avvertito che il danno alle infrastrutture energetiche e la persistenza dello shock sono tali che forse ormai "il punto di non ritorno è stato superato", rendendo inevitabile una stretta monetaria anche qualora la pace in Medio Oriente fosse improvvisamente raggiunta.

Di fatto, gli analisti prezzano già due o tre interventi rialzisti nei prossimi mesi, mentre gli economisti guardano con preoccupazione al rischio di stagflazione, quel binomio velenoso di stagnazione economica e prezzi alle stelle che Lagarde ha comunque cercato di minimizzare.

Il giudizio di Trump e la "normalità" della guerra

Le parole del presidente americano – che per l’occasione ha scelto un tono da venditore di auto usate più che da capo di Stato – arrivano in un contesto politico già di per sé rovente. Sebbene la sua rielezione sia ormai un fatto assodato da oltre un anno, i sondaggi per le imminenti elezioni di metà mandato lo danno in difficoltà proprio sulla gestione del caro-vita, un tema considerato cruciale dagli elettori.

Dopo aver definito l’allarme inflazione una "bufala" dei democratici pochi giorni fa, Trump ha deciso di cambiare registro, ostentando sicurezza a dispetto dei numeri. Dal canto loro, i parlamentari democratici hanno subito cavalcato l’onda dello scandalo – "Donald Trump ama l’inflazione", hanno ripetuto ironicamente sui social –, cercando di capitalizzare il disagio popolare.

Sullo sfondo, le cronache riportano l’abbattimento di un elicottero Apache militare sulle acque dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane e nuove ondate di bombardamenti aerei, un susseguirsi di rappresaglie che dimostra quanto sia fragile (se non inesistente) il cessate il fuoco concordato ad aprile.

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