Lino Banfi, i novant’anni e la signora morte: “Non ho paura”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci sono attori che appartengono così profondamente all’immaginario collettivo da smarcarsi dai soli titoli di coda, diventando parte di una memoria condivisa che attraversa generazioni. Lino Banfi, il cui volto è scolpito nelle pieghe della commedia italiana più popolare, è uno di questi. A pochi mesi dal traguardo dei novant’anni – che spegnerà il prossimo 9 luglio – l’attore pugliese si racconta senza filtri, con quella schiettezza che ha sempre contraddistinto il suo personaggio pubblico, ma che stavolta si fa intima, persino filosofica. In occasione dell’ultima giornata del Bif&st, il Bari International Film&Tv Festival, Banfi è stato accolto al Teatro Petruzzelli da una standing ovation che aveva il sapore di un abbraccio collettivo, in attesa di un doppio appuntamento con la sua memoria: il documentario Lino d’Italia: storia di un itALIENO e l’autobiografia 90, non mi fai paura!, in uscita il 28 aprile per HarperCollins Italia.

Un viaggio tra archivio e immaginazione nel documentario di Marco Spagnoli

Il documentario diretto da Marco Spagnoli e prodotto da Minerva Pictures, di cui sono stati proiettati in anteprima i primi trenta minuti proprio al festival barese, si propone come un’opera che sfuma volutamente i confini tra realtà e rappresentazione. Lino d’Italia: storia di un itALIENO non è semplicemente una biografia lineare; è piuttosto un meccanismo narrativo che mette in scena il dialogo tra Lino Banfi e Pasquale Zagaria, ovvero tra la maschera consacrata dal successo e l’uomo che quella maschera l’ha costruita, giorno dopo giorno, a partire da un’infanzia grama trascorsa a Canosa. Attraverso l’uso sapiente di materiali d’archivio, il regista ricostruisce un percorso che parte dagli anni della gavetta più dura, quelli in cui il futuro volto di “Piedone” e “Grande Blek” non aveva ancora un nome d’arte, e si sviluppa lungo le tappe di una carriera che ha attraversato mezzo secolo di costume italiano. L’opera si concentra sul dualismo intimo di chi ha imparato presto a trasformare il dolore in meccanismo comico, un tema che l’attore ha sempre trattato con pudore ma anche, quando necessario, con disarmante sincerità.

La durezza degli inizi e il ricordo dei vagoni del treno

È proprio questa sincerità a emergere con forza dalle parole che Banfi ha condiviso in occasione della presentazione, e che riverberano come un controcanto rispetto alla leggerezza dei ruoli che lo hanno reso celebre. I ricordi che affiorano sono lontani, ma nitidi: “Dormivo nei vagoni dei treni, non mangiavo, piangevo”. Un passato di stenti che l’attore rievoca con un’esattezza quasi dolorosa, citando persino l’operazione alle tonsille – una pratica a cui si sottopose non per necessità medica, ma per il desiderio disperato di trovare un po’ di calore in un letto d’ospedale. Quelle esperienze, sedimentate nel tempo, non sono mai state rimosse; al contrario, sembrano costituire la materia prima con cui Banfi ha costruito il suo approccio alla recitazione, quella capacità di tenere insieme il registro comico e una rara umanità che gli spettatori italiani hanno imparato a riconoscergli.

“Mi è comparsa davanti la signora morte”

Con il procedere dell’età, inevitabilmente, il rapporto con il tempo si fa più esplicito. Banfi lo affronta con lo stesso spirito pragmatico che gli ha permesso di attraversare decenni di carriera. Nell’autobiografia *90, non mi fai paura!*, l’attore di Andria sceglie di non guardare dall’altra parte. “Mi è comparsa davanti la signora morte, non ho paura”: è questa la sintesi – se così si può dire – di una riflessione che occupa le pagine del libro, un racconto in cui l’anziano attore non si limita a elencare successi cinematografici o aneddoti sul set, ma interroga la fase conclusiva dell’esistenza con la schiettezza di chi ha già vinto molte battaglie. Il Titolo stesso, che si rivolge alla morte con un “non mi fai paura” quasi provocatorio, suggerisce il tono dell’opera: un faccia a faccia con il proprio tempo, in cui l’umorismo – quello vero, radicato nella vita – funge da strumento di conoscenza, non da scudo.

Un doppio omaggio in vista del compleanno

La proiezione al Petruzzelli, con quel primo assaggio di *Lino d’Italia: storia di un itALIENO*, è stato dunque più di un semplice evento promozionale: si è configurato come un primo regalo anticipato per i novant’anni, un riconoscimento che arriva direttamente dalla sua terra, la Puglia, e da un festival che ormai rappresenta un punto di riferimento per la cinematografia nazionale. L’attore ha ricevuto il calore del pubblico in un momento che precede di poco l’uscita di due lavori – il documentario di Spagnoli e il libro autobiografico – che offrono, ciascuno con il proprio linguaggio, la possibilità di guardare oltre il personaggio. Se nel film è la regia a costruire il dialogo tra l’attore e l’uomo, nel libro è la scrittura diretta a farsi carico di un bilancio che non indulge al sentimentalismo, ma neppure rifugge dalla profondità. La standing ovation del teatro barese, in questo senso, è stata l’eco di un affetto che non ha bisogno di presentazioni, e che ora trova in queste due opere altrettante occasioni per approfondire la conoscenza di uno degli interpreti che più hanno segnato la cultura popolare italiana.

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