Il tabù del debito comune Ue per le armi è caduto
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Redazione Economia
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Persino a un passo dalla decisione finale, nessuno negli ambienti comunitari aveva osato definirli esplicitamente "eurobond", una terminologia che per anni ha evocato i fantasmi delle divisioni tra Nord e Sud del continente. Li hanno chiamati così, senza più reticenze, soltanto dopo che qualcuno, al vertice, ha avuto il coraggio di pronunciare fino in fondo quella parola proibita. Emmanuel Macron, con la consueta spregiudicatezza che spesso caratterizza la posizione francese, ha rivendicato apertamente ciò che nelle stanze di Bruxelles si cercava ancora di camuffare dietro formule tecniche: novanta miliardi di debito comune, garantiti dal bilancio dell'Unione, destinati a finanziare prioritariamente la difesa dell'Ucraina. Una traduzione più brutale, ma realistica, è che l'Europa si appresta a emettere titoli di stato collettivi per acquistare armamenti, segnando un punto di non ritorno nella sua architettura finanziaria e politica.
Una svolta strategica e finanziaria
La Commissione europea ha reso noto che emetterà fino a novanta miliardi di euro in obbligazioni nella prima metà del 2026, un'operazione che porterà l'ammontare totale del debito comune Ue in circolazione a quasi ottocento miliardi entro la fine di giugno dello stesso anno. Questi strumenti, che rientrano nel quadro dello strumento "NextGenerationEU", sono ufficialmente finalizzati a sostenere "difesa e programmi strategici", una definizione ampia che, nel contesto attuale, non lascia molti dubbi sulla destinazione primaria delle risorse. Il meccanismo, sebbene presentato come una logica evoluzione degli strumenti di finanziamento collettivo, rappresenta di fatto la risposta a un'esigenza pressante: colmare il buco di bilancio ucraino, stimato in settantadue miliardi per il 2026, in un momento in cui le casse degli stati membri sono strette dai vincoli di stabilità e dai piani di rientro dal debito accumulato durante la pandemia.
Le ombre sulla sostenibilità del prestito
La mossa, però, solleva interrogativi pesanti sulla sostenibilità finanziaria di un tale impegno, considerato che le possibilità che Kiev possa rimborsare direttamente i fondi ricevuti sono giudicate prossime allo zero, mentre l'ipotesi che Mosca accetti di pagare riparazioni di guerra appare al momento del tutto irrealistica. Si crea dunque uno scenario inedito, in cui l'Unione, già gravata da suoi problemi economici, si accolla un debito il cui onere ricadrà in ultima analisi sui bilanci nazionali, destinando fiumi di denaro a un conflitto dal esito ancora incerto. Questo passaggio storico, che supera un tabù politico durato decenni, avviene mentre molti governi sono costretti ad annunciare tagli alla spesa pubblica per rispettare i parametri europei, alimentando un dibattito interno sulla coerenza delle priorità di Bruxelles.
Il contesto del green bonding e le prospettive
Parallelamente, la Commissione ha sottolineato come l'Ue sia diventata uno dei maggiori emittenti al mondo di obbligazioni verdi, o "green bond", avendo già collocato sul mercato circa 78,5 miliardi di titoli di questo tipo attraverso il programma NextGenerationEU. Secondo il rapporto annuale, questi investimenti mirati dovrebbero evitare l'emissione di circa quattordici milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno, dimostrando la doppia anima della strategia di finanziamento europea. Tuttavia, la decisione di ricorrere allo stesso meccanismo per scopi bellici segna una netta divergenza dagli originari intenti di transizione ecologica, fondendo in un unico strumento di debito finalità tra loro molto distanti. La scelta, dunque, non è solo finanziaria ma profondamente politica, e riflette la volontà di creare una capacità di spesa autonoma per fronteggiare le crisi geopolitiche, anche a costo di alterare i principi fondativi di alcuni programmi comunitari.




