Ebola, primo caso in Francia. Il medico contagiato rientrato dal Congo è in isolamento
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Redazione Salute
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La Francia ha confermato il primo caso di infezione da virus Ebola sul proprio territorio nazionale, un episodio che segna un significativo sviluppo nella diffusione dell'epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo. Il paziente, un medico impegnato in una missione umanitaria nel paese africano, è risultato positivo al rientro da Kinshasa ed è stato immediatamente posto in isolamento presso una struttura ospedaliera specializzata, come confermato dal ministero della Salute francese.
Le autorità sanitarie transalpine hanno subito attivato il protocollo di emergenza per il contenimento del rischio, sottolineando che le condizioni del medico sono stabili e la sua carica virale è al momento molto bassa, il che riduce significativamente le probabilità di trasmissione. La notizia arriva in un momento di crescente allarme per l'evoluzione dell'epidemia, che secondo gli esperti potrebbe avere dimensioni più ampie di quelle finora comunicate.
Il rientro in Francia e le misure di contenimento
Il medico, la cui identità non è stata resa nota, era a bordo di un volo commerciale partito da Kinshasa e, come riferito dal ministero della Salute francese, si trovava già in uno stato di quasi assenza di sintomi, fatta eccezione per un mal di testa, prima dell'imbarco. Durante il viaggio, tuttavia, le sue condizioni sono lievemente peggiorate, spingendo le autorità sanitarie a mettere in atto tutte le procedure di sicurezza non appena l'aereo è atterrato a Parigi.
Il paziente è stato quindi trasferito in una camera a pressione negativa, un sistema che impedisce all'aria contaminata di fuoriuscire nell'ambiente circostante, garantendo la massima sicurezza per il personale sanitario e per gli altri pazienti. L'organizzazione umanitaria internazionale Alliance for International Medical Action (ALIMA) ha confermato che il medico faceva parte del proprio personale, aggiungendo un ulteriore tassello al quadro di un'emergenza sanitaria che coinvolge direttamente gli operatori in prima linea.
Le autorità francesi hanno già avviato un'indagine epidemiologica per rintracciare tutte le persone che potrebbero essere entrate in contatto con il medico, le quali saranno sottoposte a un periodo di isolamento domiciliare di 21 giorni, come da prassi.
L'epidemia in Africa e il rischio di diffusione
L'epidemia in corso, dichiarata ufficialmente dalle autorità congolesi il 15 maggio, è causata dal raro ceppo Bundibugyo del virus Ebola, un sierotipo per il quale, al momento, non esiste un vaccino o un trattamento specifico approvato. Questa peculiarità rende la gestione del focolaio particolarmente complessa, come evidenziato da un recente studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, che ha stimato una probabilità quasi del 70% che il virus possa raggiungere il Sud Sudan entro le prossime dodici settimane.
Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), al 22 giugno si contavano nella sola Repubblica Democratica del Congo 1.048 casi confermati in laboratorio e 267 decessi, mentre in Uganda, dove il contagio ha già varcato i confini, si registrano 20 casi confermati e due vittime. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), pur confermando l'esistenza di un rischio, ha ribadito che per la popolazione europea il pericolo di un contagio diffuso rimane molto basso.
L'allarme di Oxfam e le criticità nella risposta
Proprio mentre la Francia gestiva il primo caso importato, l'organizzazione umanitaria Oxfam ha lanciato un allarme riguardo alla reale portata dell'epidemia in Africa, sostenendo che i numeri ufficiali potrebbero essere gravemente sottostimati a causa di una carenza strutturale di acqua pulita e servizi igienico-sanitari nelle aree più colpite.
Secondo i dati raccolti dall'organizzazione sul campo, solo una struttura sanitaria su cinque nella provincia dell'Ituri, epicentro del focolaio, ha accesso a una quantità sufficiente di acqua pulita, un elemento considerato la prima linea di difesa contro la trasmissione del virus. A ciò si aggiunge il crollo delle attività di contact tracing, che attualmente coprono solo il 43% dei contatti identificati, una percentuale di gran lunga inferiore rispetto al 79% registrato durante l'epidemia del 2018 nella stessa regione.
La combinazione di queste difficoltà, acuite da un drastico taglio dei fondi umanitari internazionali, rischia di alimentare una trasmissione silenziosa del virus, minando gli sforzi per arginare la più grande epidemia da virus Bundibugyo mai registrata.




