La domenica delle palme silenziosa a Bari, la solidarietà con la terra santa e la processione senza canti
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Redazione Interno
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C’è stata una processione, nel cuore di Bari vecchia, che si è snodata fino alla cattedrale senza il consueto accompagnamento dei canti religiosi, quasi che la musica, in fondo, potesse risultare dissonante rispetto al peso di un’assenza. Quella di quest’anno, per la domenica delle palme, è stata una liturgia volutamente muta, un gesto pensato per esprimere vicinanza a una terra, quella santa, che l’arcivescovo Giuseppe Satriano ha descritto come “assediata dalla guerra”. Un atto di solidarietà, questo, che ha trovato un ulteriore canale comunicativo in una telefonata – lo si è appreso successivamente – che il presule di Bari-Bitonto ha rivolto al cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme e custode dei luoghi santi per eccellenza, al quale la polizia israeliana aveva impedito, nella stessa mattinata, di celebrare la propria liturgia della domenica delle palme.
Il grido di Gesù come metafora della solitudine contemporanea
Spostando lo sguardo verso nord, nella diocesi di Trento l’apertura della settimana santa ha assunto una tonalità diversa, seppure altrettanto intensa. L’arcivescovo Lauro Tisi, officiante in cattedrale, ha scelto di incentrare la propria riflessione su un passaggio evangelico particolarmente crudo, quello del grido di Gesù sulla croce. Da lì, quasi per una naturale associazione di idee, l’ha fatta derivare una lettura della condizione umana contemporanea: la solitudine dell’uomo di oggi, esposta senza filtri, troverebbe proprio in quell’invocazione abbandonica il proprio specchio più fedele. Il rito trentino, iniziato alle dieci nella chiesa di Santa Maria Maggiore, ha previsto la benedizione dei rami d’ulivo prima di trasformarsi in una processione verso la cattedrale di San Vigilio; lì si è proseguito con la messa e la proclamazione della Passione del Signore, seguendo il solco di una tradizione che non ammette deroghe.
Un arcivescovo, un ulivo e il richiamo alla pace
«L’ulivo che portiamo nelle nostre case», ha detto l’arcivescovo durante il pontificale in duomo, «sia un messaggio di gioia perché viene il re della pace e di augurio perché la pace torni sulle terre insanguinate dalla guerra». Una frase, questa, che è risuonata tra le navate della cattedrale mentre la folla – moltissima, a giudicare dalle cronache locali – stringeva tra le mani i propri ramoscelli. Il grande portale d’ingresso alla settimana santa, che nel rito ambrosiano viene definito “autentico” per la sua esemplarità, si è aperto così su una celebrazione che non ha voluto essere solo un rito, ma anche un posizionamento netto: nessuna neutralità di fronte alla “prepotenza” e alla guerra, concetti che sono stati evocati esplicitamente per descrivere l’atteggiamento richiesto ai discepoli di oggi.
La cronaca nera e gli incroci dei trapianti
Non c’è stata solo liturgia, nelle cronache di questa domenica. Un incidente mortale – di cui si omettono i dettagli espliciti per rispetto delle vittime – ha richiamato l’attenzione su Muzzana del Turgnano, mentre a Udine si è parlato di “incrocio dei trapianti”, una storia dove l’amore e la sanità si intrecciano senza che se ne possano anticipare gli esiti. L’elenco dei comuni del Friuli Venezia Giulia, quasi un ritornello geografico, ha punteggiato le agende della giornata: da Aiello del Friuli a Trieste Airport, da Porzus a Cividale, fino a quelle località – come Illegio, San Dorligo della Valle o il monte Coglians – che di solito restano sullo sfondo. La processione silenziosa di Bari, il grido di Tisi a Trento, i rami d’ulivo benedetti e quella telefonata a Gerusalemme: sono frammenti di una stessa domenica, tenuti insieme dal filo di una settimana santa che, anche quest’anno, si annuncia come una parentesi di ascolto più che di parole.




