La strage di Minab e l’ombra del Pentagono: gli investigatori militari americani puntano il dito contro Washington
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Redazione Esteri
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Il massacro di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, rischia di diventare un caso politico-diplomatico di proporzioni inimmaginabili, e al centro della bufera, adesso, ci finisce direttamente l’amministrazione Trump. Secondo quanto rivelato da due funzionari americani all’agenzia Reuters e confermato da analisi indipendenti condotte da esperti di armamenti, sarebbero state le forze statunitensi, con ogni probabilità, a colpire la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh lo scorso 28 febbraio, causando la morte di almeno 168 bambine e diversi insegnanti. L’attacco, avvenuto nelle primissime ore dell’offensiva congiunta con Israele contro l’Iran, aveva inizialmente sollevato una ridda di voci e smentite, ma ora la macchina investigativa del Pentagono – sebbene non abbia ancora formalizzato un verdetto definitivo – avrebbe maturato la convinzione che l’ordigno che ha ridotto in macerie l’istituto scolastico fosse stato sganciato da un velivolo americano.
Il fattore tempo e la prossimità agli obiettivi militari
Gli elementi raccolti dagli inquirenti e dalle testate internazionali, tra cui il New York Times e la CNN, delineano un quadro complesso ma coerente. Le immagini satellitari analizzate mostrano come il complesso scolastico sorgesse a pochi metri da una base navale dei Guardiani della Rivoluzione, un obiettivo che rientrava chiaramente nella lista dei bersagli prioritari delle forze armate a stelle e strisce. I video geolocalizzati, d’altro canto, documentano il levarsi di colonne di fumo simultaneamente dalla base e dall’edificio scolastico, suggerendo che i due luoghi siano stati raggiunti nell’ambito di una stessa ondata di bombardamenti. A suffragare questa ipotesi, contribuisce anche la cartografia militare mostrata mercoledì scorso dal generale Dan Caine, Capo dello Stato maggiore congiunto, nel corso di una conferenza stampa: sulla mappa delle operazioni nel sud dell’Iran, la città di Minab figurava infatti in posizione ben evidente.
Il nodo della responsabilità e le prime reazioni ufficiali
Di fronte a queste evidenze, la posizione dell’amministrazione Trump appare quantomeno tentennante. Da un lato, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato l’esistenza di un’indagine interna, ribadendo la dottrina secondo cui gli Stati Uniti non prendono mai di mira deliberatamente i civili. Dall’altro, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha evitato di rispondere direttamente alla domanda se sia stato un missile americano a colpire la scuola, limitandosi a dichiarare che il Dipartimento della Guerra sta facendo luce sulla vicenda e aggiungendo, in una nota di dubbio gusto retorico, che è il “regime iraniano a prendere di mira i civili, non gli Stati Uniti”. Una linea difensiva, quest’ultima, che sembra preparare il terreno per una possibile attenuazione delle responsabilità, qualora l’esito delle indagini dovesse confermare il coinvolgimento diretto.
L’analisi degli esperti e l’ipotesi dell’errore di targeting
L’ipotesi che sta prendendo piede tra gli analisti internazionali è quella di un tragico errore di intelligence o di targeting. Gli esperti di Armament Research Services (ARES) interpellati dalla CNN hanno sottolineato come i danni riportati dalla base navale dei Pasdaran siano coerenti con l’impiego di munizioni di precisione a guida laser o satellitare, e non con i frammenti erratici di una contraerea iraniana impazzita. È probabile, secondo questa ricostruzione, che i pianificatori dell’attacco non abbiano aggiornato le proprie mappe o non si siano accorti che l’edificio adiacente al bersaglio militare, separato ormai da anni da una recinzione, ospitava centinaia di bambine. Il portavoce militare israeliano, nel frattempo, ha preso le distanze dall’accaduto, dichiarando di non essere a conoscenza di operazioni delle proprie forze armate in quella specifica area.
I precedenti storici e la credibilità delle smentite
A gettare ulteriore benzina sul fuoco contribuisce la memoria dei precedenti. L’agenzia Anadolu, nel riprendere le dichiarazioni del portavoce israeliano Nadav Shoshani, ha ricordato come in passato, nel corso della guerra a Gaza, Tel Aviv avesse inizialmente negato il coinvolgimento in stragi poi risultate di propria responsabilità, salvo correggere il tiro solo dopo l’emergere di prove inconfutabili. Un parallelo, questo, che rende ancora più urgente la richiesta dell’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, il quale ha invocato un’inchiesta trasparente e rapida, sottolineando che la responsabilità della verifica ricade proprio sulle forze che hanno condotto l’attacco.




