Taiwan sorpassa Londra e l’effetto “Acquario” dell’Ai spinge le borse ai massimi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il baricentro della finanza globale continua a scivolare verso Est, seguendo il flusso inarrestabile dei chip necessari a nutrire l’intelligenza artificiale. Per la prima volta, il valore complessivo delle società quotate a Taiwan ha superato quello del Regno Unito, un sorpasso che – al di là dei numeri – fotografa uno spostamento epocale della ricchezza. Le aziende dell’isola, spinte dalla fame di semiconduttori e infrastrutture per i data center, valgono oggi circa 4.300 miliardi di dollari. Un dato impressionante, se si considera che l’economia reale taiwanese è sostanzialmente più piccola di quella britannica: il prodotto interno lordo dell’isola è infatti quasi quattro volte inferiore a quello del Regno Unito, il che rende il traguardo ancora più emblematico del peso ormai preponderante della tecnologia nella determinazione delle capitalizzazioni.

Il primato dei chip e la corsa al “nuovo petrolio”

A trainare questo slancio non poteva che essere Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), il colosso che da solo rappresenta quasi la metà del valore dell’intero listino nazionale. La società, i cui ricavi trimestrali sono schizzati del 35%, ha visto le proprie azioni tornare a toccare record storici nonostante le tensioni geopolitiche, dimostrando come la domanda di hardware per l’AI sia ormai una variabile indipendente dai cicli di crisi tradizionali. E se Taiwan ha scavalcato Londra, la Corea del Sud si sta facendo pericolosamente sotto, forte dei giganti della memoria come Samsung e SK Hynix, a dimostrazione che il “super-ciclo” dei semiconduttori sta riscrivendo le gerarchie tra i distretti finanziari. La capitale europea, con la sua tradizionale esposizione a banche e materie prime, sembra assistere inerte a questo sorpasso, pagando lo scotto di una scarsa liquidità e di un numero di nuove quotazioni ai minimi storici.

Aprile da record nonostante lo Stretto di Hormuz

Il mese che si è appena chiuso ha regalato una performance a dir poco sorprendente, quasi paradossale. Mentre i rischi di un rallentamento macroeconomico si facevano sempre più concreti con la chiusura dello Stretto di Hormuz – uno snodo vitale per i flussi energetici che rischia di far impennare i prezzi del petrolio – gli indici azionari, sia in America che in Europa, hanno viaggiato allegramente sui massimi. Emblematico il caso del NASDAQ: l’indice tecnologico ha archiviato una performance mensile da record, degna dell’aprile 2020, grazie a rally consecutivi che hanno spinto il listino a nuovi picchi storici. Una dinamica, questa, che racconta di un mercato apparentemente immune alle tensioni mediorientali, dove la liquidità continua a riversarsi sui titoli growth e tecnologici come se non ci fosse un domani.

Il ritratto di un portafoglio modello a trazione asiatica

All’interno di questo quadro, i rendimenti non mentono: il portafoglio modello, che mantiene un’allocazione prudente con un peso massimo del 50% nella parte azionaria, ha messo a segno un +4,69% da inizio anno. Un dato che, pur essendo positivo, viene surclassato dall’esplosione dei mercati emergenti asiatici, dove si registrano performance a doppia cifra. Più nel dettaglio, lo stesso Ftse Mib ha viaggiato spedito con un +6,40%, sostenuto da alcune blue chip che hanno fatto da traino: Prysmian e Nexi sono state descritte come le “due lepri” del mese di aprile, raccogliendo i frutti di un sentiment complessivamente positivo. La fotografia che ne esce è quella di un mondo diviso in due velocità: da un lato l’Europa che fatica a tenere il passo, dall’altro Taiwan e le sue società tecnologiche che continuano a macinare valore, mentre il petroliere di turno guarda con preoccupazione alle scorte che si assottigliano.

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