La Bbc e le bugie che portarono alla morte di Diana
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono trascorsi quasi tre decenni dalla notte in cui l'automobile su cui viaggiava Diana Spencer si schiantò contro un pilastro nel tunnel de l'Alma a Parigi, un evento che, nonostante il tempo passato, continua a sollevare interrogativi e a nutrire un costante flusso di pubblicazioni. La principessa del Galles, la cui vita fu stroncata in circostanze tanto tragiche quanto oscure, è al centro di una nuova, grave accusa che, sebbene non costituisca una prova giudiziaria, getta un'ombra lunga sull'operato di una delle istituzioni più rispettate del Regno Unito. A riaprire una ferita mai del tutto rimarginata è un volume di recente uscita, il cui autore, Andy Webb, proviene dalle stesse viscere dell'organizzazione che ora mette sotto accusa: la British Broadcasting Corporation.
L'intervista ottenuta con l'inganno
Il fulcro della ricostruzione di Webb ruota attorno alla celebre e scottante intervista concessa da Diana al programma "Panorama" nel 1995, un momento televisivo che scosse le fondamenta della monarchia britannica. Secondo quanto emerge con forza dal libro, quel colloquio, che rivelò al mondo le infedeltà e le sofferenze della principessa, non sarebbe stato ottenuto attraverso un consenso informato e leale. Il giornalista, infatti, avrebbe sistematicamente ingannato Diana, convincendola di essere in possesso di informazioni riservate e compromettenti. Le furono riferite, ad esempio, notizie false riguardanti una presunta relazione tra Carlo, all'epoca suo marito, e la tata dei loro figli; le fu altresì insinuato che il primogenito William, allora ragazzino, la stesse spiando per conto della famiglia reale utilizzando un orologetto donatogli proprio a tale scopo. Senza quel reticolo di menzogne, costruito con perizia per guadagnarne la fiducia e indurla a parlare, è plausibile che l'incontro non avrebbe mai avuto luogo.
La concatenazione degli eventi fatali
La tesi portante del libro non sostiene che un tecnico della Bbc abbia materialmente manomesso il veicolo, ma avanza piuttosto l'ipotesi di una responsabilità morale e causale indiretta. L'esplosiva confessione televisiva, resa possibile dalla condotta scorretta del suo intervistatore, inasprì infatti in maniera irreparabile i già tesi rapporti tra Diana e Palazzo. Il divorzio, che ne seguì poco dopo, isolò ulteriormente la principessa, allontanandola dalla protezione istituzionale e lasciandola esposta a un'esistenza sempre più sotto i riflettori dei paparazzi, la cui caccia spietata è un elemento noto nella dinamica dell'incidente. Quel che si delinea, quindi, è una catena di eventi nella quale la condotta deplorevole dell'emittente pubblica funse da miccia, innescando una serie di conseguenze che, due anni più tardi, sarebbero sfociate nella tragedia parigina.
L'ombra persistente sull'emittente pubblica
Le rivelazioni contenute in "Dianarama" non si limitano a descrivere i metodi utilizzati per ottenere l'intervista, ma parlano anche di un successivo tentativo di insabbiamento da parte della Bbc. L'inchiesta interna condotta dall'emittente, stando al racconto dell'ex giornalista, avrebbe volutamente sminuito la portata degli inganni e protetto i vertici coinvolti, evitando di rendere pubblica l'intera verità sulla vicenda per anni. Questo silenzio, questa opacità, hanno contribuito a creare un terreno fertile per sospetti e teorie, tra le quali si inserisce ora con forza questa nuova interpretazione dei fatti. La morte di Diana, un lutto che ha segnato profondamente l'immaginario collettivo, appare così non come il frutto di un singolo, tragico incidente, ma come l'esito di una complessa sequenza in cui la ricerca della notizia a tutti i costi ha giocato un ruolo che, sebbene non diretto, risulta decisivo e moralmente condannabile.




