Il tribunale motiva la condanna a vent'anni per Riccardo Chiarioni, l'autore della strage familiare di Paderno Dugnano

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Quella notte del primo settembre, mentre la casa di Paderno Dugnano precipitava nel silenzio più assoluto, un pensiero che il tribunale per i minorenni non esita a definire "stravagante" e "bizzarro" prese definitivamente il sopravvento nella mente di Riccardo Chiarioni. Un'idea distorta, un proposito folle che perseguiva un obiettivo inimmaginabile: raggiungere una sorta di "immortalità" proprio attraverso lo sterminio della propria famiglia.

Un proposito folle e lucido

Il giovane, che all'epoca dei fatti aveva diciassette anni, non fu travolto da un impulso incontrollabile ma, come si evince con chiarezza dalle motivazioni della sentenza che lo ha condannato a vent'anni di reclusione, scelse consapevolmente di alimentare quella convinzione, di nutrirla fino a farla diventare il movente di un gesto atroce. Agì, scrivono i giudici, in maniera del tutto "coerente" con quel pensiero che, per quanto aberrante, "era sotto il suo controllo".

Il massacro e la freddezza nell'adattarsi all'imprevisto

Il piano, che il ragazzo aveva organizzato "nel dettaglio" con lo scopo preciso di "eliminare i legami familiari" – progetto che includeva, secondo quanto ricostruito, l'intenzione di arruolarsi in Ucraina dopo il massacro – mutò parzialmente il suo corso quando la prima coltellata inferta al fratello minore, di soli dodici anni, risvegliò l'attenzione dei genitori. Nonostante questa deviazione forzata dallo schema originario, l'allora minorenne portò a compimento la sua azione con quella che i magistrati descrivono come una "lucidità e freddezza rilevanti". Cento e più coltellate, un numero che da solo racconta la furia disumana di quei momenti, furono sferrate in uno stato di allerta costante, di controllo sulla situazione. La sua capacità di adattarsi all'imprevisto, di non farsi sopraffare dal panico, dimostra una perfetta padronanza delle proprie azioni.

La piena capacità di intendere e di volere

Pur riconoscendo in Chiarioni delle "alterazioni di personalità", il collegio giudicante ha stabilito, senza alcun dubbio, che egli fosse pienamente in grado di intendere e di volere durante l'esecuzione del triplice omicidio. Il pensiero delirante che lo guidava, per quanto "bizzarro", non compromise mai la sua facoltà di "distinguere realtà e immaginazione". È questo, forse, l'aspetto più agghiacciante emerso dalle pagine della sentenza: il giovane non ha perso il contatto con il mondo reale, ma ha invece "lucidamente programmato e attuato, secondo bisogno, le proprie azioni, prima, durante e dopo" la strage. La sua era una follia funzionale, un delirio che non intaccava il raziocinio pratico necessario a pianificare e realizzare un massacro.

Il ritratto di un individuo calcolatore

Le parole utilizzate dal tribunale per descrivere il suo comportamento dipingono il ritratto di un individuo calcolatore e consapevole: "manipolatore, scaltro, lucido". Aggettivi che vanno ben oltre la semplice constatazione di un fatto criminoso e che delimitano i confini di una personalità complessa, capace di elaborare un progetto distruttivo e di mantenerne il governo fino all'ultimo. L'immortalità che cercava, un'idea astratta e folle, si è scontrata con la concretezza di un gesto irrevocabile, con la realtà di un piano messo in atto con fredda determinazione, lasciando dietro di sé una scia di dolore e una sentenza che, ora, ne spiega le ragioni giudiziarie.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.