La morte di Bakken e l'ombra sulla maschera ipossica: fatti e indagini
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Redazione Sport
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La morte del biatleta norvegese Sivert Guttorm Bakken, trovato senza vita nella sua camera d'albergo a Passo Lavazé la notte del 22 dicembre 2025, ha scatenato un dibattito complesso, che va ben oltre la semplice cronaca sportiva. L'atleta, reduce da una lunga e difficile convalescenza a causa di una pericardite che lo aveva tenuto lontano dalle piste per quasi due anni, era tornato a competere con l'obiettivo delle Olimpiadi di Milano‑Cortina. Quella notte, come accertato, stava utilizzando una maschera ipossica, dispositivo che limita l'apporto di ossigeno durante la respirazione per simulare l'allenamento in alta quota. La tragica coincidenza ha immediatamente posto l'accento sullo strumento, acquistabile online a partire da poche decine di euro, ma i cui effetti su un organismo con una storia di problemi cardiaci appaiono, oggi più che mai, come un terreno oscuro e potenzialmente minaccioso.
Una storia clinica già delicata
Per comprendere la gravità della situazione, è necessario ripercorrere il recente passato medico di Bakken, il quale, nel 2022, era stato operato per fibrillazione atriale. Questo tipo di aritmia, la più comune, aveva recentemente colpito anche un'altra atleta norvegese, sottolineando come la pressione agonistica possa incidere sulla salute cardiaca. A quel primo intervento era seguita, come detto, la diagnosi di pericardite, l'infiammazione della membrana che avvolge il cuore, condizione che lo aveva costretto a uno stop prolungato. Il suo ritorno alle gare, coronato da un successo in Coppa del Mondo, rappresentava quindi una vittoria personale, offuscata però dal tragico epilogo che ha riportato in primo piano, con urgenza, il tema dei dispositivi di allenamento non medicalmente supervisionati.
Il dispositivo al centro delle indagini
La maschera ipossica utilizzata da Bakken è diventata il fulcro delle indagini delle autorità italiane, mentre si attende il responso dell'autopsia per stabilire le cause precise della morte. Il dispositivo, che riduce la quota di ossigeno nell'aria inspirata, è vietato in Norvegia dal 2003, sebbene il divieto sia stato temporaneamente sospeso tra il 2021 e il 2025. Proprio dopo la morte del biatleta, le autorità sportive norvegesi ne hanno nuovamente proibito l'uso, inserendola di diritto nella lista nera degli strumenti considerati a rischio. Una presa di posizione netta, che contrasta con il silenzio, per il momento, dell'Agenzia Mondiale Antidoping (Wada), la quale non si è ancora espressa sulla questione, lasciando un vuoto normativo a livello internazionale. La facilità con cui è possibile procurarsi tali attrezzature sul web, del tutto al di fuori di qualsiasi circuito controllato, solleva interrogativi pressanti sulla necessità di una regolamentazione globale.
Il nodo della responsabilità e della prevenzione
Al di là degli sviluppi giudiziari, che dovranno accertare se la maschera sia stata una concausa del decesso, il caso ha il merito di portare alla luce una pratica diffusa ma poco regolamentata nel mondo dello sport professionistico e amatoriale. L'utilizzo di tecnologie per migliorare la performance, spesso adottate in autonomia seguendo consigli trovati in rete o nel passaparola tra atleti, nasconde potenziali pericoli, specialmente per soggetti con preesistenti fragilità fisiche. La storia clinica di Bakken, con la sua pericardite, rende evidente come l'impiego di uno strumento che stressa il sistema cardiorespiratorio potesse rappresentare un rischio non calcolato. La vicenda, quindi, trascende il singolo fatto di cronaca e impone una riflessione stringente sui protocolli di sicurezza e sul dovere di informazione che dovrebbe gravare su federazioni e marchi commerciali, affinché la ricerca della massima prestazione non oltrepassi mai il confine della tutela della salute.




