Famiglia nel bosco, psichiatri spingono per il ricongiungimento: i bambini devono tornare dai genitori
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Redazione Interno
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La complessa vicenda che vede protagonisti una coppia, un’australiana e un britannico, e i loro tre figli allontanati lo scorso autunno a seguito di una denuncia per le condizioni di vita in un casolare isolato, registra una svolta significativa proveniente dal mondo della perizia tecnica. Un’equipe di psichiatri della Asl di Lanciano Vasto Chieti, dopo aver incontrato i minori, ha infatti depositato un parere che si muove inequivocabilmente verso il ricongiungimento familiare. Nella relazione, destinata a influenzare le prossime decisioni del Tribunale, gli specialisti hanno indicato come indispensabile “ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva”, garantendo quella continuità dei legami ritenuta l’unica strada per estinguere i comportamenti di disagio manifestati dai piccoli. Il documento, che pure sottolinea la necessità di una condivisione sugli obiettivi educativi e di socializzazione, costituisce un punto di riferimento tecnico di grande peso in un procedimento giudiziario che ha tenuto i bambini lontani dalla propria casa per mesi.
Il parere degli psichiatri sulla famiglia nel bosco
La relazione degli psichiatri, redatta dopo un incontro approfondito con i bambini di sei e otto anni, non lascia spazio a molte interpretazioni di merito, concentrandosi sugli effetti psicologici della separazione. Secondo gli esperti, i comportamenti problematici riscontrati nei minori troverebbero la loro origine proprio nell’interruzione brusca del contesto di vita, seppur particolare, che conoscevano. La soluzione proposta è quindi netta: favorire il ritorno in famiglia, che viene visto non come un punto di arrivo ma come il presupposto necessario per qualsiasi intervento successivo. Solo ristabilendo quella sicurezza primaria, infatti, si potrebbero poi affrontare con efficacia le questioni relative all’inserimento sociale e alla scolarizzazione, obiettivi che il parere menziona esplicitamente ma subordinandoli al ricostituirsi della stabilità emotiva.
Cosa ha detto la madre Catherine agli psichiatri
Dalle dichiarazioni rese dalla madre ai periti emerge un racconto coerente con le osservazioni cliniche, che descrive bambini profondamente segnati dalla lontananza. Catherine ha riferito di figli “traumatizzati”, sottolineando come uno degli aspetti più critici sia la difficoltà nel sonno, privati dell’ambiente e delle abitudini domestiche. Queste affermazioni, che trovano un riscontro nella valutazione degli psichiatri, dipingono il quadro di uno strappo le cui conseguenze pratiche si misurano nella quotidianità dei minori, alimentando quel disagio che le istituzioni si erano proposte di curare. Le sue parole aggiungono un tassello soggettivo e diretto a un procedimento che fino a ora si era mosso principalmente attraverso le relazioni dei servizi.
Il parere degli assistenti sociali e la rete di solidarietà
Il caso, mentre attende le mosse del Tribunale, ha generato una inattesa rete di solidarietà tra famiglie che vivono situazioni analoghe. Recentemente, un’altra coppia che si trova in una posizione simile – con i figli allontanati dalle autorità – ha reso pubblica una visita di sostegno alla famiglia di Catherine e Nathan, evidenziando come queste vicende creino un legame paradossale tra sconosciuti. Questo aspetto, periferico rispetto alle indagini ufficiali, mostra comunque la risonanza sociale di procedure che, per quanto motivate da principi di tutela, producono fratture profonde. La posizione dei servizi sociali, che in fasi precedenti aveva motivato l’allontanamento citando le condizioni igieniche e l’isolamento, dovrà ora confrontarsi con le nuove e autorevoli raccomandazioni mediche, che spingono per una rapida inversione di rotta nell’interesse primario dei minori.




