Il rublo sull'orlo del baratro, tra le sanzioni di Trump e il crollo del petrolio
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Redazione Esteri
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Il quadro economico della Russia, già compromesso da un conflitto protrattosi per quasi quattro anni, si appresta ad affrontare una delle sue prove più ardue, poiché le nuove e severe sanzioni statunitensi contro i colossi energetici Rosneft e Lukoil sono destinate a entrare in vigore, un provvedimento che, unito al calo verticale delle esportazioni di greggio, preannuncia ripercussioni profonde sulla stabilità valutaria nazionale. L’amministrazione di Donald Trump, perseguendo una linea di decisa pressione economica, ha infatti colpito nel segno, interdicendo a due pilastri dell’export russo l’accesso a mercati finanziari cruciali e a tecnologie indispensabili, mentre parallelamente si registra un’impennata delle operazioni di sabotaggio condotte dall’intelligence ucraina contro le infrastrutture di raffinazione, le quali, danneggiate in modo sistematico, hanno visto ridursi in maniera sensibile la loro capacità operativa.
La fuga degli acquirenti storici e il tracollo delle esportazioni
A aggravare una situazione già di per sé critica, contribuisce in modo decisivo la ritirata di quei partner commerciali che, fino a poco tempo fa, costituivano gli sbocchi primari per il greggio russo; la Cina e l’India, temendo ripercussioni extraterritoriali e ulteriori misure punitive da parte americana, hanno infatti drasticamente ridotto i loro acquisti, un voltafatta che ha privato Mosca di un flusso di valuta pregiata vitale per le sue casse. Secondo le stime della società di analisi Rystad Energy AS, le esportazioni verso Pechino hanno subito un crollo che oscilla tra i cinquecentomila e gli ottocentomila barili al giorno nel corso del mese di novembre, una contrazione che equivale a quasi due terzi dei normali livelli di fornitura e che, privando il bilancio di entrate cospicue, mina alla base la resilienza finanziaria del paese.
L’effetto domino sui mercati energetici globali
Sui mercati internazionali, intanto, i futures sul petrolio Wti e Brent registrano una terza sessione consecutiva in territorio negativo, con quotazioni in calo rispettivamente dell’1,49% e dell’1,21%, un trend che riflette non solo le preoccupazioni per una domanda globale più fiacca ma anche le crescenti aspettative per una possibile soluzione diplomatica del conflitto, spinta proprio dagli Stati Uniti con l’obiettivo dichiarato di incrementare l’offerta mondiale di greggio. Questa fase di transizione, caratterizzata da una volatilità estrema, rischia di accelerare il deprezzamento del rublo, la cui tenuta è strettamente legata alle performance del settore energetico, il vero motore, nonché tallone d’Achille, dell’intera economia nazionale.
Il contesto geopolitico e il calo degli aiuti all’Ucraina
Mentre la Russia si trova a dover gestire questa tempesta perfetta, un rapporto del centro studi tedesco Kiel Institut ha segnalato un calo significativo del supporto militare europeo all’Ucraina, con il valore medio delle forniture sceso da 3,85 miliardi di euro nel primo semestre dell’anno a 1,65 miliardi nei mesi di luglio e agosto, un dato che, se da un lato potrebbe alleggerire parzialmente la pressione sul fronte bellico per Mosca, dall’altro non sembra sufficiente a compensare le gravissime difficoltà indotte dall’isolamento finanziario e dalla crisi del suo settore strategico.




