L'attacco all'Iran, Trump esorta i pasdaran ad arrendersi e il popolo a prendere il potere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte di Teheran è stata squarciata dalle fiamme e dal rombo dei cacciabombardieri, con l'operazione congiunta di Stati Uniti e Israele che ha preso di mira quella che l'amministrazione Trump definisce l'eliminazione di una minaccia imminente. Il presidente americano, in un video di oltre otto minuti diffuso sui suoi canali social, ha rivendicato l'avvio di "importanti operazioni di combattimento" sul suolo iraniano, un'azione che, nelle sue parole, mira a smantellare il programma missilistico e a impedire definitivamente a Teheran l'accesso all'arma atomica. L'annuncio, arrivato al termine di giorni di tensione crescente nel Golfo, ha di fatto infranto gli ultimi spiragli di un dialogo diplomatico che, seppur faticosamente, si stava portando avanti in Oman e in Svizzera.

Il messaggio di Trump, tuttavia, non si è limitato alla sola dimensione militare. Il presidente si è rivolto direttamente ai membri del dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, intorno ai quali ruota gran parte dell'apparato di sicurezza e potere del regime. Il loro ruolo, centrale nel sostenere la Guida Suprema e nel reprimere il dissenso interno, li rende un bersaglio politico oltre che strategico. L'ultimatum è stato esplicito: deporre le armi in cambio di un'immunità totale, o andare incontro a "morte certa". Un'offerta, questa, che sembra studiata per creare fratture all'interno di un corpo che, sebbene potente, potrebbe non essere immune ai contraccolpi di una crisi così profonda.

Il nodo della successione e l'ombra di Khamenei

Mentre le bombe cadevano, un'interrogativo ben più grande aleggiava sul futuro della Repubblica Islamica: la sorte di Ali Khamenei, l'86enne leader che guida il Paese dal 1989. Voci insistenti, raccolte da media israeliani e internazionali, hanno iniziato a circolare su un suo possibile ferimento o addirittura sulla morte durante i raid, con alcuni canali che parlavano di colpi andati a segno vicino ai suoi uffici. Fonti iraniane, pur confermando che la Guida non si trovi nella capitale ma in un luogo sicuro, forse in un bunker nell'area di Lavizan, non sono riuscire a fugare del tutto la nebbia che avvolge le sue reali condizioni. Un alto funzionario, parlando con l'agenzia Reuters, si era limitato a dichiarare che "non si trova a Teheran ed è al sicuro", una formula che ha lasciato spazio a tutte le interpretazioni.

La tensione è palpabile, perché attorno alla figura di Khamenei non ruota solo il potere attuale, ma anche la complessa e opaca partita della sua successione, un tema che i vertici di Teheran hanno sempre cercato di tenere lontano dai riflettori. Da tempo, tra gli addetti ai lavori, si fa il nome del secondogenito Mojtaba come il candidato più probabile a ereditare il Titolo di Guida Suprema, una figura chiave per capire gli equilibri interni al regime. Qualunque scenario, in questo momento, appare in bilico: la morte dell'ayatollah potrebbe innescare lotte intestine per il potere tra fazioni conservatrici e falchi dei pasdaran, proprio mentre il Paese è sotto attacco e la popolazione, provata da anni di crisi economiche e repressione, osserva.

La risposta di Teheran tra missili e blackout

La macchina bellica iraniana, pur scossa dall'offensiva, non è rimasta inerte. Poche ore dopo i primi attacchi, lanci di missili e droni sono stati segnalati in direzione di Israele e di basi statunitensi nella regione, con le sirene che hanno ulteriormente alzato il livello di allarme in tutto il Medio Oriente. Le difese israeliane, supportate da quelle di alcuni Paesi del Golfo come Qatar ed Emirati Arabi Uniti, sono entrate in azione per intercettare i vettori, ma la risposta di Teheran dimostra la volontà di non subire passivamente l'attacco. Le agenzie stampa iraniane, come IRNA, hanno subito interruzioni e attacchi informatici, in un quadro che NetBlocks ha definito di "blackout internet quasi totale", una mossa volta a limitare la comunicazione interna e a ostacolare eventuali coordinamenti.

Non si tratta, però, di una semplice guerra tra Stati, perché l'appello di Trump alla popolazione iraniana rappresenta un elemento di novità destinato a lasciare il segno. Il presidente americano ha esortato i cittadini a non uscire di casa, descrivendo una pioggia di bombe imminente, per poi aggiungere: "Prendete il controllo del vostro governo. Quando avremo finito, sarà vostro". Un'invito aperto alla rivolta, una dichiarazione che punta a legittimare l'azione militare come strumento per favorire un cambiamento di regime dall'interno. L'ombra delle grandi proteste degli ultimi anni, dal Movimento Verde a "Donna, Vita, Libertà", si allunga su queste parole, ma la risposta della strada, in un Paese sotto attacco e con i pasdaran ancora saldi sul territorio, resta un'incognita.

Una regione in fiamme e il diritto internazionale

L'escalation ha innescato un effetto domino immediato. Oltre agli scambi di colpi tra Iran e Israele, un missile ha colpito una struttura legata alla Quinta Flotta statunitense in Bahrain, mentre la Giordania ha chiuso parti del suo spazio aereo e attivato pattugliamenti. L'intera regione trattiene il fiato, consapevole che la miccia accesa potrebbe estendere il conflitto ben oltre i confini iraniani. La reazione della diplomazia internazionale è stata immediata ma frammentata: mentre l'Iran ha condannato l'attacco come una violazione della Carta delle Nazioni Unite, invocando il diritto all'autodifesa, il Segretario generale dell'ONU Antonio Guterres ha condannato l'uso della forza, sottolineando come minacci la pace e la sicurezza internazionale.

Quel che appare chiaro è che l'operazione, denominata "Epic Fury" dal Dipartimento della Guerra americano, ha di fatto spazzato via i fragili negoziati in corso. Solo pochi giorni prima, a Ginevra, si era concluso un altro round di colloqui e si era concordato di riprendere le trattative la settimana successiva. Ora, con le bombe che cadono su Teheran e la minaccia di un'operazione di terra, l'ipotesi di una soluzione negoziale sembra un ricordo lontano. Resta da vedere quale sarà la tenuta del fronte interno iraniano e se l'appello di Trump ai pasdaran troverà ascolto, in un Paese dove le divisioni, mai sopite, potrebbero essere esacerbate dal fragore delle esplosioni.

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