IA, il mercato scarica Elice e interroga i conti di OpenAI e CoreWeave
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Redazione Economia
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Il debutto in Borsa a Seul di Elice Group doveva dimostrare che gli investitori credono ancora nei data center per l'intelligenza artificiale. È andata al contrario. La società sudcoreana era stata quotata a 90.500 won per azione dopo che la domanda degli investitori istituzionali aveva superato l'offerta di 389 volte. Ieri, al primo giorno di contrattazioni sul Kosdaq, il titolo è arrivato a perdere il 38% e ha chiuso a 63.600 won.
Un ribaltone che racconta quanto sia diventato selettivo il mercato verso chi promette capacità di calcolo senza aver ancora dimostrato di saperla trasformare in ricavi solidi.
Il precedente che pesa sul collocamento coreano
Elice non è un caso isolato. L'offerta pubblica iniziale, la più grande dell'anno sul listino tecnologico di Seul con 201 miliardi di won raccolti, pari a circa 151 milioni di dollari, era stata costruita su una narrazione che negli ultimi mesi ha convinto gli investitori istituzionali a prenotare azioni in misura quasi quattrocento volte superiore alla disponibilità. La società, nata nel 2015 come piattaforma di formazione digitale e poi allargatasi ai servizi cloud e all'intelligenza artificiale, intende usare i fondi per sviluppare data center modulari.
Nel primo semestre 2026 i ricavi sono saliti a 34 miliardi di won e l'azienda è tornata a un utile operativo dopo una perdita nello stesso periodo dell'anno precedente, ma la Borsa guarda oltre: costi, concorrenza e tempi di rientro degli investimenti pesano quanto la crescita registrata finora. Il calo del titolo non cancella i numeri operativi, li mette però in secondo piano rispetto a una domanda che diventa sempre più insistente: quanto capitale serve ancora prima che questi impianti restituiscano margini?
CoreWeave e il termometro del debito
A dare ulteriore sostanza ai timori ci pensa CoreWeave, il neocloud quotato con i ricavi più alti tra le società che affittano potenza di calcolo per l'intelligenza artificiale. Le azioni trattano intorno ai 61-62 dollari, circa il 31% sotto la chiusura del 1° ottobre, quando il titolo valeva 88,57 dollari. La promozione di Goldman Sachs di lunedì 19 ottobre, con il passaggio da «neutrale» a «buy» e un target price ridotto da 139 a 106 dollari, ha acceso un rialzo che si è spento prima della chiusura.
Il punto non è l'opinione degli analisti sul valore intrinseco, ma il segnale che arriva dal mercato del credito: i bond non garantiti della società trattano a rendimenti del 13,5-15%, e nelle prime tre sedute della settimana il titolo ha perso il 20% mentre il debito scendeva a livelli che tipicamente indicano distress. In una settimana CoreWeave è diventata il termometro del debito che finanzia la corsa all'AI.
La distanza tra due stime sui ricavi di OpenAI
Sul fronte dei ricavi, la vicenda che ha scosso i mercati per giorni riguarda OpenAI. Venti miliardi di dollari di differenza tra due stime sui ricavi annualizzati hanno fatto vacillare l'azionario tecnologico: il Financial Times ha riportato che a fine settembre la società comunicava agli investitori un fatturato annualizzato vicino ai 50 miliardi di dollari, contro i circa 70 miliardi circolati a fine settembre sulla base di informazioni fornite agli investitori medesimi.
La distanza non dimostra che l'AI sia una bolla, ma mette a fuoco una fragilità del boom: ricavi, investimenti e rendimenti si basano su numeri difficili da confrontare e verificare, dai laboratori privati ai grandi gruppi quotati, fino alle statistiche economiche. Il tentativo di uniformare i criteri contabili tra OpenAI e il rivale Anthropic, che include nel calcolo le vendite attraverso partner cloud come Amazon Web Services e Google Cloud, avrebbe contribuito a diffondere stime troppo elevate per la società guidata da Sam Altman.
La società ha poi confermato che il run rate corrente è di circa 50 miliardi di dollari, precisando che i report sui 70 miliardi non erano accurati.
Perché la trasparenza diventa un fatto di prezzo
La differenza tra le due cifre non segnala una perdita improvvisa di 20 miliardi di dollari di spesa da parte dei clienti: le stime precedenti contavano più vendite realizzate attraverso i partner cloud, mentre il dato comunicato da OpenAI esclude la quota dei partner su alcune transazioni. Resta il fatto che la poca trasparenza sui metriche di ricavo pesa anche sulle imprese che acquistano queste tecnologie e sui finanziatori che costruiscono i data center necessari a farle funzionare.
Elice, CoreWeave e OpenAI finiscono così nello stesso ragionamento del mercato: non basta più annunciare capacità di calcolo o crescita a doppia cifra, serve mostrare con che margini e con quale struttura finanziaria quella capacità viene sostenuta. Il debutto coreano, con il titolo che ha chiuso a 63.600 won contro i 90.500 del collocamento, è la risposta più immediata a questa domanda.
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