Bitcoin e quel crollo da sessantamila dollari, tra balene, mercati e incertezze

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Redazione Economia Redazione Economia   -   È accaduto tra giovedì e venerdì della scorsa settimana, sebbene il sentiment negativo si fosse già manifestato nei giorni precedenti: Bitcoin è piombato fino a quota sessantamila dollari, un'incursione in territori che non visitava dall'ottobre del 2024, per poi risalire e attestarsi, nel fine settimana, poco sopra i sessantaseimila -2-6. Un tonfo, questo, che ha di fatto cancellato gran parte dell'entusiasmo post-elettorale, quella spinta rialzista che aveva fatto seguito alla vittoria di Donald Trump e che aveva spinto la criptovaluta verso i suoi massimi storici, toccati appena quattro mesi fa a quota centoventiseimila dollari -2-8. Il movimento, come spesso accade in questi casi, è stato violento e repentino, innescato da una combinazione di fattori che vanno ben oltre la semplice volatilità intrinseca dell'asset. A determinare il sell-off, infatti, è stata una convergenza di elementi macroeconomici e dinamiche prettamente di mercato che hanno trasformato una correzione tecnica in un piccolo tracollo. Le preoccupazioni per una Federal Reserve che si prepara a mantenere una linea restrittiva – e circola insistentemente il nome di Kevin Warsh per la presidenza – hanno raffreddato l'appetito per il rischio, mentre le deludenti trimestrali di alcuni colossi tecnologici hanno incrinato la narrativa legata all'intelligenza artificiale, trascinando con sé i titoli growth e, per correlazione, le criptovalute -1-2-6.

L'effetto leva e il ruolo dei grandi investitori nella discesa

La discesa, però, non è stata lineare e va analizzata anche sotto la lente delle dinamiche operative del mondo crypto. Quando il prezzo ha rotto alcuni livelli di supporto psicologicamente rilevanti, si è innescata una reazione a catena: le posizioni con leva, aperte da chi scommetteva su un mantenimento delle quotazioni, sono state liquidate automaticamente, alimentando ulteriormente la pressione ribassista -6. A questo si è aggiunto un cambio di rotta negli investitori istituzionali. Gli ETF spot su Bitcoin, che nei mesi precedenti avevano rappresentato un pilastro della domanda assorbendo grandi quantità di criptovaluta, hanno registrato deflussi netti, privando il mercato di un importante ammortizzatore -2. C'è poi chi, tra gli analisti, parla di una fase distributiva, quella in cui i grandi detentori – le cosiddette balene – vendono in concomitanza con le fasi di debolezza, scaricando sul mercato posizioni accumulatesi nei mesi precedenti e contribuendo ad accentuare il movimento ribassista -9. Non è un caso che l'attenzione sia tornata a concentrarsi sui comportamenti di questi grandi attori, capaci con le loro mosse di influenzare pesantemente gli scambi, specialmente in ore e sedi poco liquide come quelle asiatiche del finesettimana -2.

La crisi d'identità e lo stallo normativo che pesano sul sentiment

Oltre alla congiuntura macroeconomica, a pesare come un macigno sulle quotazioni è una sorta di crisi d'identità che Bitcoin sta attraversando. Da un lato, infatti, è percepito come una riserva di valore, una sorta di oro digitale in grado di proteggere dall'inflazione e dalla svalutazione delle valute fiat; dall'altro, si comporta come un classico asset rischioso, altamente correlato all'andamento dei mercati azionari tecnologici -7. Questa dicotomia è emersa con chiarezza nelle ultime settimane: mentre l'oro, vero bene rifugio, ha toccato nuovi massimi per poi subire prese di profitto, Bitcoin ha semplicemente proseguito la sua corsa al ribasso, allineandosi al calo di altri settori considerati "risk-on" -1-6. A complicare il quadro, si aggiungono incertezze di natura normativa e tecnica. Il Clarity Act, la legge che avrebbe dovuto definire un quadro regolatorio chiaro per il mercato crypto negli Stati Uniti, ha incontrato ostacoli nel suo iter parlamentare, soprattutto dopo il ritiro del sostegno da parte di Brian Armstrong, CEO di Coinbase, in disaccordo su alcune disposizioni relative alle stablecoin -1-5. Questo stallo ha gettato un'ombra sulle prospettive di adozione istituzionale su larga scala, alimentando la cautela tra gli investitori. A ciò si somma un rinnovato dibattito, per quanto prematuro, sui rischi che i computer quantistici potrebbero rappresentare in futuro per la sicurezza della crittografia su cui si basa la blockchain -5.

Il supporto dei sessantamila e la resistenza da superare per un rimbalzo

In questo clima di incertezza generalizzata, l'attenzione di analisti e trader si è naturalmente spostata sui livelli tecnici. La rapida incursione sotto i sessantaduemila dollari, e il successivo rimbalzo, hanno portato alla luce alcune aree chiave. Il livello degli ottantacinquemila dollari, che aveva retto come supporto tra novembre e dicembre, è stato rotto al ribasso, trasformandosi ora in una resistenza da superare per poter parlare di un'inversione di tendenza -4. Più in alto, la vera prova del nove per un eventuale rimbalzo si colloca tra i settantaseimila e gli ottantamila dollari, una zona che coincide con medie mobili significative e con precedenti livelli di congestione -8-9. Al ribasso, invece, l'area dei sessantamila dollari si conferma un supporto cruciale, già testato e difeso dagli acquirenti. Una chiusura settimanale netta al di sotto di questa soglia aprirebbe le porte a scenari ben più pessimistici, con i successivi supporti individuati in area cinquantasettemila e, in un'ottica di correzione più profonda, persino a quota cinquantamila dollari, dove alcuni analisti come il veterano Peter Brandt ipotizzano si possa formare un vero e proprio fondo ciclico -8-9. La situazione, insomma, rimane estremamente fluida e dipendente da molteplici variabili, dalle prossime mosse delle banche centrali fino alla capacità del mercato di riassorbire l'eccesso di leva e ritrovare una narrativa convincente.

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