Domenico Muti lascia la consulenza alla Fenice, rinuncia ai compensi e ora i sindacati attaccano Colabianchi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La bufera che da mesi avvolge il Teatro La Fenice di Venezia, alimentata dalle polemiche sulla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale e dal conseguente braccio di ferro con orchestrali e maestranze, si è abbattuta con violenza inaudita su un altro fronte, quello delle consulenze esterne, mietendo la prima vittima eccellente. Domenico Muti, manager culturale e figlio del celebre direttore d’orchestra Riccardo Muti, ha ufficializzato con una lettera indirizzata al sovrintendente Nicola Colabianchi la sua decisione di recedere con effetto immediato dal contratto di collaborazione triennale, un accordo del valore di trentamila euro all’anno che lo vedeva impegnato come consulente per lo sviluppo delle tournée internazionali della fondazione. Un incarico, quello accettato lo scorso novembre, che Muti stesso definiva nell’epistola come fonte di grande entusiasmo e che intendeva condurre con la massima professionalità, ma che di fatto è stato reso impraticabile da quello che lui descrive come un clima ormai insostenibile, un’aria che si è fatta talmente pesante e irrespirabile – una diretta conseguenza delle accuse di opacità mosse nei giorni scorsi dai sindacati – da non permettergli più di operare con la necessaria serenità. Non solo: nella medesima comunicazione, il manager ha annunciato la volontà di rinunciare ai compensi già maturati per l’attività svolta, importi che a suo dire non erano stati ancora né richiesti né tantomeno percepiti, un gesto che è apparso a molti come un tentativo di mettere una pietra sopra una vicenda che rischiava di danneggiare anche la sua immagine personale.

La replica del sovrintendente e il danno economico

La reazione di Nicola Colabianchi non si è fatta attendere e, filtrata da un comprensibile rammarico, ha assunto i toni della denuncia. Il sovrintendente, intervistato dall’Adnkronos, ha parlato di un profondo sentimento di amarezza per l’interruzione di un rapporto che stava producendo risultati di grande rilievo sul piano internazionale, un lavoro intenso e altamente produttivo che avrebbe dovuto portare il prestigioso teatro veneziano in teatri di primaria importanza come quelli di Cina, Giappone, Emirati Arabi Uniti e Germania nel biennio 2027. Colabianchi ha voluto sottolineare come l’operazione fosse stata condotta nella massima trasparenza e come le critiche dei sindacati non siano altro che strumentalizzazioni dannose, capaci di mandare in frantumi il lavoro di mesi. Il suo ragionamento, supportato da stime economiche, è lineare: le tournée che Muti stava contribuendo a organizzare avrebbero potuto generare introiti per circa un milione di euro all’anno, risorse che sarebbero state fondamentali per valorizzare le stesse masse artistiche del teatro, offrendo loro esperienze professionali di altissimo profilo. La perdita di queste opportunità, ha aggiunto, è l’ennesimo danno economico e reputazionale causato da chi, a suo dire, persegue una logica di immobilismo e contrapposizione preconcetta.

La posizione dei sindacati tra trasparenza e accuse

Dall’altra parte della barricata, la voce dei sindacati – Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil e Fials Cisal – si è levata compatta per respingere al mittente le accuse di strumentalizzazione, ribaltando anzi la prospettiva e puntando il dito contro la gestione del sovrintendente. In una nota congiunta, le sigle hanno parlato senza mezzi termini di un grave danno all’immagine del teatro, ma hanno attribuito la responsabilità di questo ennesimo incidente di percorso proprio a Colabianchi e al presidente della Fondazione, il sindaco Luigi Brugnaro, rei di non aver mai voluto aprire un vero confronto e di aver cercato di scaricare sui lavoratori responsabilità che non gli competono. La loro ricostruzione parte da lontano: dalla discussa nomina di Beatrice Venezi, passata con il rullo compressore della decisione unilaterale, per arrivare al blocco del welfare per i dipendenti, un provvedimento che ai loro occhi aveva il sapore di una ritorsione e che strideva con l’assegnazione di nuove consulenze esterne. Marco Trentin, orchestrale e sindacalista della Fials, pur esprimendo dispiacere per la persona di Domenico Muti, nei confronti del quale ha tenuto a precisare che non c’è alcuna ostilità preconcetta, ha ribadito con forza che la loro richiesta era e rimane quella di trasparenza e correttezza, condizioni imprescindibili per la gestione di un’istituzione culturale. La sensazione, palpabile nelle loro dichiarazioni, è che si sia ormai arrivati a un punto di non ritorno, dove l’unica strada percorribile per ricucire uno strappo che appare sempre più profondo sarebbe quella di ripartire da zero, da un nuovo rapporto di fiducia che oggi, oggettivamente, appare una chimera.

Una crisi che si allarga e nuove polemiche

A rendere il quadro ancora più intricato e avvelenato, contribuiscono elementi che vanno oltre la singola vicenda Muti. La contestata consulenza, che prevedeva un compenso annuo di trentamila euro per tre anni, era solo una delle due finite nel mirino dei sindacati: l’altra, un accordo da trentanovemila euro con l’agenzia di comunicazione Barabino e Partners per il rilancio dell’immagine del teatro, ha alimentato ulteriormente le polemiche in un momento in cui, come denunciato dalle maestranze, il welfare era stato bloccato per timore di scioperi che potessero mettere a repentaglio il bilancio. Una coincidenza temporale, questa, che i lavoratori hanno giudicato quanto meno infelice, se non apertamente provocatoria. Colabianchi, dal canto suo, ha respinto con decisione anche queste critiche, definendo l’accostamento tra le cifre del welfare – circa trecentomila euro – e quelle delle consulenze come numericamente e concettualmente improprio, ribadendo che gli investimenti in comunicazione e internazionalizzazione sono strategici e necessari per attrarre nuovi investimenti e risorse. In questo clima di reciproche accuse e veleni, con il sovrintendente che non perde la speranza che Muti possa ripensare alla sua decisione e i sindacati che chiedono un cambio di passo radicale, la Fenice continua a navigare in acque agitatissime, con il rischio concreto che la burrasca non accenni a placarsi e che nuove tensioni, in un teatro dalla storia gloriosa ma fragile, possano emergere da un momento all’altro.

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