Russell Crowe torna ad attaccare “Il Gladiatore II”: «Hanno fallito». E spiega il motivo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’eco delle armate romane risuonava ancora tra le antiche pietre del Teatro Antico di Taormina, ma Russell Crowe – quell’eroe tragico che ventisei anni fa gridò “Scatenate l’inferno” – ha scelto di non limitarsi a rievocare i ricordi d’oro del passato. Durante la kermesse siciliana, dove ha ritirato un Taormina Film Festival International Achievement Award e presentato in anteprima mondiale il nuovo thriller “La vendetta perfetta – Bear Country”, l’attore premio Oscar non ha risparmiato una nuova, netta stoccata al sequel diretto da Ridley Scott.

A distanza di tempo dall’uscita di quel film, Crowe ha ribadito senza ammorbidire il giudizio già espresso in passato, confezionando un’analisi che scava nelle fondamenta narrative dell’opera originale. Se da un lato ha ammesso – raccontando la dura esperienza sul set dove combatteva con “svedesi alti 2 metri” armati di spade e asce (e una, ha ricordato, gli arrivò davvero in faccia) – che all’epoca delle riprese del primo capitolo era “pazzo” e che ogni minuto sullo schermo era autentico, dall’altro ha sottolineato con forza cosa separa la pietra miliare del 2000 dal suo discendente moderno.

Il “nucleo morale” tradito e la differenza tra vendetta e rivalsa

Secondo l’interprete di Massimo Decimo Meridio, il problema deludente del secondo film non risiede nella spettacolarità o nelle ambizioni produttive, bensì in un fraintendimento radicale della propria anima. “In superficie, ‘Il Gladiatore’ è un film da uomini – ha spiegato – ma se lo fosse davvero, parlerebbe solo di vendetta. Invece parla di rivalsa (vengeance), e questa è una differenza sottile ma cruciale”.

Per preservare quella purezza, Crowe rivela di aver combattuto una strenua battaglia ai tempi della lavorazione originale: “Ero fottutamente pazzo a non volere controfigure, ma lo ero anche quando hanno provato a inserire scene di sesso per Massimo”. La sua opposizione, ricorda, fu totale: “Non c’è spazio per un momento del genere in un viaggio dove l’uomo sta vendicando la morte della moglie e del figlio. Distruggerebbe il percorso”. Una linea che alla fine convinse anche lo stesso Ridley Scott, nonostante le resistenze iniziali.

Quel rigore, quella coerenza assoluta con il lutto del protagonista, costituiva per lui il “nucleo morale” del kolossal. “Il secondo film ha incassato a malapena quanto il primo – ha dichiarato Crowe – ma sono passati vent’anni, e quando applichi il cambiamento del valore del dollaro, hanno fallito. Hanno fallito perché non hanno capito il vero segreto del successo originale”.

Il peso del corpo e il rifiuto delle scorciatoie: il mestiere secondo Crowe

Lo stesso rigore che l’attore rivendica sul piano narrativo, lo ritroviamo nelle sue memorie fisiche del set. “Coperto di fango e sangue, mi facevano male le ossa”, racconta l’attore al Festival, descrivendo un’interpretazione vissuta senza quasi mai ricorrere alla controfigura. L’unica eccezione fu la caduta da cavallo nella battaglia iniziale, eseguita da uno stuntman che si ferì davvero (e Crowe, ammirando il taglio sul suo naso, chiese di farselo applicare anche a se stesso).

In questi dettagli – nelle riunioni sui costumi, nella scelta degli oggetti di scena – Crowe vede le due regole fondamentali del cinema: dettaglio e collaborazione. E se “La vendetta perfetta – Bear Country” (un’esclusiva per l’Italia firmata Minerva Pictures con Rai Cinema, che uscirà in sala il 26 agosto con anteprime nelle arene estive dal 10 al 18 agosto) lo vede protagonista in una Los Angeles caotica e corrotta, l’attore ha voluto comunque omaggiare la Sicilia che lo ospitava.

A palazzo, dopo la durezza dei giudizi, è arrivato persino un momento di dolcezza in italiano, quando Crowe ha citato Ultimo: “Ero quel bambino che contava le stelle”.

Ma il palco di Taormina non era solo suo. A condividere i riflettori c’erano anche Miriam Leone, che ha confessato di raccogliere ancora sassolini sulla spiaggia di Mazzarò per portare con sé un po’ di quella “sicilitudine” che cura la nostalgia, e Micaela Ramazzotti, che ha trasformato l’incontro con gli studenti in un piccolo manifesto contro i sensi di colpa delle donne. La cronaca del festival, insomma, mescola il richiamo epico delle armate di Ridley Scott con la riscoperta delle radici e il coraggio delle nuove narrazioni.

Ma è l’ombra del gladiatore, con la sua spada pesante e il suo codice d’onore, a dominare ancora la scena. Un codice che per Russell Crowe, a differenza di quanto avvenuto nel sequel, non prevedeva cedimenti.

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