Russell Crowe a Taormina: il gladiatore tra studenti, musica e la passione per la Lazio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   «Quello che facciamo nella vita, riecheggia nell’eternità». La celebre massima di Massimo Decimo Meridio, il condottiero ribelle de “Il Gladiatore”, riecheggia ancora tra gli antichi teatri siciliani, e stavolta a pronunciarla – o meglio a evocarla – è stato proprio l’uomo che quel personaggio lo ha reso immortale. Russell Crowe, ospite d’onore del Taormina Film Festival, ha aperto il suo intenso faccia a faccia con gli studenti proprio richiamando quella frase, per poi abbandonare subito ogni retorica epica e tuffarsi in un racconto fatto di carne, fango e passioni terrene.

Perché l’attore neozelandese, da sempre innamorato dell’Italia (lo si sa, lo ripete ogni volta che mette piede nel Belpaese), non è venuto solo a ritirare un premio alla carriera o a presentare due film – l’action movie “La vendetta perfetta” di Derrick Borte e l’anteprima mondiale di “Bear Country” – ma anche a parlare di calcio, di musica leggera italiana e di quelle guerre dimenticate che continuano a insanguinare il mondo.

«Ero pazzo sul set del Gladiatore»: fango, sangue e svedesi di due metri

L’aneddoto che forse ha catturato di più l’attenzione degli studenti (e dei pochi giornalisti ammessi) riguarda proprio le riprese del kolossal di Ridley Scott. Crowe, con quella sua parlata roca che non concede mai mezze misure, ha descritto il backstage come un’esperienza totalizzante, al limite del traumatico. «Nel periodo in cui ho girato quel film ero pazzo – ha confessato –; ogni minuto che vedete sullo schermo sono io, senza controfigure».

L’unica eccezione, ha precisato quasi a denti stretti, fu la caduta da cavallo durante la battaglia iniziale: quella sequenza venne affidata a uno stuntman, il quale peraltro si infortunò sul serio. Per il resto, Crowe racconta di essere rimasto per mesi «coperto di fango e sangue, con le ossa doloranti, a combattere contro svedesi alti due metri che mi colpivano con spade e asce». E una di quelle asce, ha aggiunto senza alcun compiacimento, gli arrivò dritta in faccia.

Tifo laziale e il brano di Ultimo: quando il gladiatore canta le stelle

Molto meno violento, ma non meno sorprendente, il capitolo dedicato alle passioni private di Russell Crowe. Il suo amore per il calcio italiano è risaputo: tifa Lazio, e a Taormina non ha perso l’occasione per ribadirlo con un sorriso. Quel che ha colto di sprovvista il pubblico – specialmente i più giovani – è stata invece la dichiarazione di stima verso un cantante italiano, Ultimo. L’attore ha citato a memoria, e a sorpresa, il brano “Il bambino che contava le stelle”, dimostrando una conoscenza dei testi che va ben oltre la semplice cortesia da star in trasferta.

Nessuna spiegazione agiografica su come sia nato questo ascolto, nessuna curiosità biografica: Crowe si è limitato a dire che quella canzone lo ha colpito, proprio come colpiscono le cose genuine. E in un festival che vive di luci e passerelle, un divo hollywoodiano che cita un cantante italiano contemporaneo ha il sapore di un incidente narrativo tanto inaspettato quanto rivelatore.

Guerre, Mondiali e il premio alla carriera: il presente secondo Crowe

L’incontro con gli studenti non è stato solo un’occasione per rimestare il passato. Crowe ha speso alcune parole – mai banali, mai retoriche – sui conflitti in corso nel mondo, senza però scendere in dettagli o schierarsi in modo militante. Ha parlato da attore che ha interpretato soldati e generali, ma anche da uomo che ha visto abbastanza cinema e abbastanza cronaca per sapere che la guerra, vera, non è un set. Quanto ai Mondiali di calcio, li ha commentati con l’entusiasmo di un tifoso qualunque, spezzando la tensione di un pomeriggio che altrimenti rischiava di diventare troppo accademico.

Del resto, il Taormina Film Festival gli ha conferito il Premio alla Carriera proprio in questa quarta giornata di rassegna, e lui quel premio lo ha accolto con la disinvoltura di chi sa di aver costruito la propria fama mattone dopo mattone, tra blockbuster romani e produzioni indipendenti. Nessuna autocompiacenza, però: quando ha parlato di “La vendetta perfetta” – il film che porta in concorso – lo ha descritto come un thriller adrenalinico, senza sovrastrutture psicologiche.

Insomma, un prodotto pensato per non annoiare, che è poi il primo comandamento per chi, come lui, ha imparato a proprie spese che un set può diventare un inferno, ma anche un’occasione per restituire qualcosa a chi ti guarda.

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