La Francia rischia il sorpasso: il 38% delle obbligazioni corporate rende meno del debito pubblico
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Redazione Economia
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Roland Lescure, ministro dell'Economia e delle Finanze francese, ha un problema di comunicazione piuttosto serio. Mentre le piazze si scaldano per le pensioni e i trader scaricano i titoli di Stato transalpini, il capo di Bercy si è ritrovato a fare il giro delle emittenti anglosassoni, da Bloomberg alla BBC, per spiegare che in fondo va tutto bene. «Emetto obbligazioni ogni due settimane, e non c'è assolutamente alcun problema», ha dichiarato alla televisione britannica, ammettendo però che «la gente vuole carta francese, ma la vuole più cara di prima».
La realtà dei numeri, però, racconta una storia un po' diversa. Secondo un'analisi di Bloomberg ripresa da Teleborsa, circa il 38% dell'ammontare complessivo dei corporate bond di livello high-grade in Francia presenta ora rendimenti inferiori a quelli dei titoli governativi di Parigi con scadenza analoga. Si tratta di quasi 215 miliardi di euro di obbligazioni societarie che vengono scambiate come se fossero più sicure del debito dello Stato francese. Un dato che a inizio 2026 si attestava intorno ai 12 miliardi, ovvero circa diciotto volte tanto.
Il paradosso dei titoli corporate
La dinamica è tanto semplice quanto inquietante per le casse pubbliche. Quando il mercato perde fiducia nella capacità di un governo di onorare i propri impegni, gli investitori cercano riparo altrove. E in Francia hanno iniziato a trovarlo in aziende con bilanci solidi e respiro internazionale, come L'Oréal e TotalEnergies, che ora offrono rendimenti più contenuti rispetto ai titoli di Stato.
Martedì, Air Liquide ha raccolto ordini per circa 12,5 miliardi di euro su un'offerta obbligazionaria da 2 miliardi, con le tranche a tasso fisso che promettono rendimenti inferiori a quelli del governo francese.
Il fenomeno non è nuovo nelle economie sviluppate, ma in Francia ha assunto proporzioni estreme. Il rendimento delle OAT a dieci anni ha toccato il 4,89% all'inizio di ottobre, un livello che non si vedeva dal 2002, mentre lo spread con i Bund tedeschi ha superato i 120 punti base, il massimo dal 2011.
Alcuni investitori stranieri hanno già preso le distanze: Shinji Kunibe, gestore obbligazionario per Sumitomo Mitsui DS Asset Management, ha dichiarato di aver liquidato l'intera posizione in titoli francesi, riorientando i fondi verso i Bund tedeschi e, in misura minore, verso i titoli di Stato giapponesi a breve termine.
Il peso delle Big Tech americane
A complicare il quadro c'è un fattore che fino a pochi mesi fa era passato quasi inosservato. In agosto, quattro economisti della Banca centrale europea hanno pubblicato un articolo che analizzava l'ondata di emissioni in euro da parte dei colossi tecnologici americani, i cosiddetti hyperscaler. Il titolo era «Big Tech, grandi debiti: quando i giganti tecnologici americani attingono al mercato obbligazionario europeo».
La tesi è che l'enorme fabbisogno di capitali per l'intelligenza artificiale stia spingendo Amazon, Alphabet, Microsoft e gli altri a cercare finanziamenti anche fuori dagli Stati Uniti. Si parla di circa 40 miliardi di euro di obbligazioni «reverse Yankee» già in circolazione, con la quota dei hyperscaler sulle nuove emissioni in euro che sfiora il 10% per le società non finanziarie. Per ora, secondo la BCE, non si osservano effetti di esclusione evidenti sui prenditori europei.
Ma il monito è chiaro: «La mera scala dei futuri bisogni di finanziamento degli hyperscaler, con aspettative di utili solidi ma incerti, merita un'attenta vigilanza». Il rischio è che la domanda di titoli tecnologici ad alto rating e lunga scadenza finisca per sottrarre spazio ai governi, già alle prese con un debito che in Francia ha raggiunto i 3.460,5 miliardi di euro a fine 2025, pari al 115,7% del PIL.
Le promesse di Le Pen e l'allarme di Bercy
Sullo sfondo di questa tempesta obbligazionaria, Marine Le Pen ha presentato il suo programma economico per la presidenziale del 2027. La leader del Rassemblement National, accreditata dai sondaggi come favorita, promette «140 miliardi di euro netti di risparmi» entro il 2032 rispetto al 2026, un deficit pubblico sotto il 3% già dal 2030 e una «regola d'oro» costituzionale da sottoporre a referendum per imporre una riduzione annuale del debito.
«Se i francesi non scelgono una rottura politica, la Francia corre verso il default», ha dichiarato, attaccando i bilanci dei quinquenni Macron e Hollande.
Il governo non ha gradito. Lescure ha bollato le proposte come «sogni a colori», mentre il ministro dei Conti pubblici David Amiel ha parlato di «un bilancio Potemkin, di cartapesta». Le critiche si concentrano sulle previsioni di crescita all'1,8% su cui si basano i calcoli del RN, giudicate «ben al di sopra di quanto prevedono tutti gli economisti seri», e sui 9 miliardi di risparmi ipotizzati sul contributo francese all'Unione europea, che secondo Lescure andrebbero comunque negoziati con gli altri 26 partner.
La Corte dei Conti, dal canto suo, ha già descritto la situazione dei conti pubblici come «allarmante», avvertendo che la Francia rischia un «nuovo arretramento» se non interverrà tempestivamente. La presidente della prima camera, Carine Camby, ha sintetizzato: «Tutti i segnali sono al rosso». Numeri alla mano, il governo si è impegnato a limitare il deficit al 5% quest'anno, ma la preparazione del bilancio 2027 si annuncia tutt'altro che semplice.
«Tutto dipenderà dalla volontà collettiva dei partiti politici che si dicono di governo di contribuire a un compromesso che non sarà soddisfacente per nessuno, se non per il fatto che alla fine avremo un bilancio», ha ammesso lo stesso Lescure.
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