Una panchina europea per Biagi nel cortile della scuola. Il figlio: «La politica si unisca contro il rischio estremista»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una panchina dipinta di blu, nel cortile delle scuole elementari Carducci di Bologna, con il volto di Marco Biagi circondato dalle stelle dorate della bandiera europea e una sua frase incisa, «Il dibattito delle idee è sempre fonte di arricchimento», a fare da monito silenzioso per i bambini che ogni giorno giocano e imparano a pochi passi da lì. L’iniziativa, promossa dalle Acli in collaborazione con la Gioventù federalista europea, rientra nel progetto «Panchine europee» e ha trasformato uno spazio quotidiano di vita scolastica in un luogo della memoria civile, proprio alla vigilia del ventiquattresimo anniversario dell’agguato in cui il giuslavorista, la sera del 19 marzo 2002, venne ucciso sotto casa mentre rientrava in bicicletta, freddato da un commando delle Nuove Brigate Rosse.

Tra i banchi di quella stessa scuola, che fa parte dell’Istituto Comprensivo 20, i bambini hanno preparato disegni e allestito una piccola mostra dedicata al professore e alla sua bicicletta, quel mezzo semplice e quotidiano che lo ha reso, nell’immaginario collettivo, una figura vicina e vulnerabile, e il dirigente scolastico Agostino Tripaldi ha sottolineato come simili occasioni rappresentino per gli alunni un modo concreto di vivere l’educazione civica, trasformando la legalità e il rispetto reciproco in qualcosa di tangibile e non solo in nozioni astratte da manuale. È toccato a Lorenzo, il figlio di Marco Biagi, che oggi è anche vicepresidente del circolo Acli intitolato al padre, prendere in braccio la nipotina Arianna, quella nata dopo e che quel nonno non lo ha mai potuto conoscere, per mostrarle la panchina e spiegarle, con un gesto semplice e profondo, il senso di una memoria che deve passare attraverso le generazioni.

La cerimonia, che si è svolta alla presenza delle autorità locali e di una rappresentanza significativa degli alunni con il loro coro, ha assunto però quest’anno una connotazione particolare, più tesa e preoccupata, a causa di quanto accaduto solo pochi giorni fa sui muri del centro storico. In via del Pratello, a ridosso delle ricorrenze che uniscono il ricordo del rapimento di Aldo Moro all’assassinio di Biagi, è comparsa una scritta vandalica e inequivocabile: «Viva le Br», una provocazione che ha subito sollevato uno sdegno trasversale in tutte le forze politiche e che il figlio del giuslavorista non ha potuto ignorare nel suo intervento pubblico.

«C’è un clima di forte odio e di forte intolleranza», ha dichiarato Lorenzo Biagi a margine dell’inaugurazione, raccogliendo il senso di un allarme che non può essere liquidato come una semplice bravata, e ha aggiunto che il pericolo concreto, oggi come allora, è che questo clima possa essere cavalcato da fenomeni estremisti, esattamente come accadde alla fine degli anni Novanta con l’omicidio di Massimo D’Antona e poi con quello di suo padre. Il riferimento alla necessità che i vertici dello Stato e la politica tutta facciano fronte comune contro questo rischio è parso, a chi ascoltava, non una generica esortazione retorica ma la constatazione amara di chi quella violenza l’ha subita sulla propria pelle e sa riconoscerne i prodromi, quei segnali apparentemente marginali che preannunciano tempeste ben più devastanti.

Un ricordo che parte dal Libro bianco e arriva ai bambini

La scelta di collocare proprio lì, nel cortile della scuola Carducci, un simbolo della memoria europea dedicato a Biagi non è casuale, perché il giuslavorista, socio storico delle Acli, aveva frequentato quei luoghi del cattolicesimo sociale e pochi giorni prima di morire era stato nella sede di via delle Lame per illustrare a un gruppo di soci il suo Libro bianco sul mercato del lavoro, un testo che affondava le radici anche nella dottrina sociale della Chiesa e che proponeva una visione del lavoro flessibile ma protetta da un sistema di tutele universali, la cosiddetta flexicurity, ispirata ai modelli scandinavi. Quella visione europeista, che i suoi detrattori gli rimproveravano come una cedevolezza verso logiche esogene, viene oggi ribadita attraverso le stelle dorate che incorniciano il suo volto sulla panchina, a ricordare che il suo impegno di studioso e di riformatore era sempre teso a confrontare l’Italia con le migliori pratiche del continente.

La presidente delle Acli di Bologna, Chiara Pazzaglia, ha ricordato come ogni anno l’associazione cerchi di organizzare una cerimonia diversa per onorare il professore, e l’idea della panchina si inserisce in un percorso che ha già visto dedicare analoghi riconoscimenti ad altre figure che hanno segnato la storia civile e democratica del Paese, come Alcide De Gasperi, Tina Anselmi o David Sassoli. Per Filippo Diaco, che guida il circolo Acli intitolato proprio a Biagi, iniziative del genere servono a mantenere vivo il legame con la sua eredità culturale e umana, e il fatto che quest’anno, insieme alla famiglia, ci siano stati soprattutto i bambini a fare da cornice all’evento rappresenta la speranza che il messaggio di dialogo e di confronto pacato delle idee possa attecchire più in profondità delle scritte insultanti apparse sui muri della città.

Nelle parole del figlio Lorenzo, che ha ringraziato le Acli per il loro impegno costante nel portare avanti la memoria del padre, è emersa con forza la convinzione che parlare di eventi drammatici come l’omicidio di un uomo dello Stato non sia un esercizio retorico fine a sé stesso, ma un dovere civile per spiegare ai più giovani cosa sono stati gli anni di piombo e come il terrorismo abbia cercato di colpire quelle figure cerniera, come i giuslavoristi, che tentavano di costruire ponti tra le istanze dei lavoratori e le necessità della produzione, tra lo Stato e la società civile. E proprio mentre la città si preparava alle commemorazioni ufficiali, con la biciclettata che ogni anno ripercorre l’ultimo tragitto di Biagi dalla stazione a via Valdonica, la nuova panchina blu nel cortile della scuola è rimasta lì, silenziosa testimone di un impegno che non si arrende all’oblio e tantomeno alla riemersione di rigurgiti estremisti.

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