Netanyahu: “È ora che l’Europa si unisca alla lotta” contro l’Iran
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Redazione Esteri
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La polvere sollevata dai missili balistici intercontinentali lanciati dall’Iran non si è ancora depositata, eppure il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha già scelto il terreno su cui provare a costruire il prossimo capitolo della guerra. Incontrando i giornalisti nella città di Arad, nel sud del Paese – un luogo che proprio ieri ha subito un attacco diretto – il leader del governo israeliano ha trasformato le macerie ancora fumanti in una tribuna per un appello che, nelle sue intenzioni, vorrebbe essere un punto di non ritorno. “Se volete la prova che l’Iran mette in pericolo il mondo intero, le ultime 48 ore ve l’hanno fornita”, ha detto, indicando non solo il sito colpito alle sue spalle, ma anche l’orizzonte geopolitico molto più ampio che, secondo Tel Aviv, si sta restringendo pericolosamente.
Il messaggio dalla città ferita: il missile su Diego Garcia come prova globale
Netanyahu ha voluto ricondurre la complessa partita in corso a un paio di elementi concreti, quelli che ritiene indiscutibili. Il primo è il lancio di due missili contro Diego Garcia, la remota base militare condivisa tra Stati Uniti e Regno Unito nell’Oceano Indiano. “Hanno lanciato un missile balistico intercontinentale contro Diego Garcia”, ha ribadito il premier, sottolineando come quella distanza – circa quattromila chilometri – rappresenti di fatto un biglietto da visita per il Vecchio Continente. “Hanno la capacità di raggiungere l’Europa in profondità”, ha avvertito, ricordando che i precedenti attacchi contro Cipro dimostrano che la posta in gioco non è più soltanto mediorientale. La sua analisi, che arriva in un momento in cui i media britannici titolano già sul rischio concreto per Londra, Parigi e Berlino -4, suona come un monito a quelle cancellerie europee che finora hanno osservato il conflitto con la cautela di chi spera di restarne fuori.
Un conflitto che cambia natura: il Libano nel mirino e le settimane decisive
Se l’appello di Netanyahu si rivolge al mondo intero, le scelte sul campo raccontano di una strategia che, pur concentrandosi sull’Iran, inizia a dispiegarsi su più tavoli. Fonti politiche israeliane citate dai media locali hanno confermato che la guerra contro Teheran non si concluderà in tempi brevissimi, anzi: verrà prolungata di almeno altre due settimane. Ma c’è un altro dettaglio che fornisce la misura di come il conflitto stia per allargarsi, o forse stia semplicemente rivelando la sua vera natura. Secondo quanto riportato, sebbene il “centro di gravità” resti l’Iran, l’attenzione militare si sposterà presto in modo più deciso verso il Libano. L’operazione contro Hezbollah, si legge nelle indiscrezioni, è destinata a intensificarsi. I funzionari della sicurezza israeliani hanno lasciato intendere che la milizia sciita subirà “colpi duri” che fino a questo momento erano stati evitati.
La partita doppia del regime di Teheran e la scommessa sulla resilienza democratica
Mentre i jet sorvolano cieli contesi e i sistemi di difesa aerea restano in allerta, si delinea quella che Netanyahu definisce la “partita doppia” imposta dall’asse guidato dalla Repubblica Islamica. La strategia iraniana, in questo frangente, sembra giocarsi su un piano quasi psicologico, speculare a quello militare. C’è un calcolo, tradizionale ma forse efficace, che il regime sta compiendo. Simile a quello già visto in Ucraina con l’avanzata russa, l’idea di fondo è che le democrazie occidentali abbiano una soglia del dolore straordinariamente bassa. L’equazione, per chi la propone, è cinica: i leader democratici difficilmente possono reggere il peso di perdite umane significative o anche solo di disagi economici prolungati senza subire una delegittimazione interna che li costringa a fermarsi. È su questo crinale, tra la potenza di fuoco dimostrata dal lancio su Diego Garcia e la resistenza interna delle società europee, che si gioca la partita descritta dal premier israeliano.
Il nuovo orizzonte operativo: tra narrativa della vittoria e preparazione militare
A accompagnare la retorica dell’appello internazionale c’è, inevitabilmente, una fase operativa che lascia intravedere sviluppi concreti. Non si esclude, in ambienti militari, il ricorso a operazioni speciali sul terreno nel Golfo. Se i marines statunitensi si stanno posizionando e la presenza navale si fa più pressante, è perché la logistica della guerra sta entrando in una fase in cui la sola potenza aerea potrebbe non bastare per sostenere la narrazione che entrambi gli schieramenti stanno già costruendo. Una narrazione, quella della vittoria, che Netanyahu e Donald Trump – oggi alla Casa Bianca – preparano con cura, ciascuno per il proprio pubblico. Non c’è spazio per il bluff in una fase dove si discutono le tempistiche della fine, ma la consapevolezza è che ogni giorno di conflitto modifica gli equilibri su cui si potrà poi dichiarare, a distanza, chi abbia realmente vinto. E mentre l’Europa ascolta l’appello di Netanyahu, il fatto che le milizie libanesi si stiano preparando a ricevere “colpi duri” finora evitati suggerisce che l’orizzonte dei prossimi giorni sarà fatto di fuoco e di attese, in attesa di capire se il Vecchio Continente deciderà di entrare nel campo di battaglia o resterà a guardare da quella distanza che l’Iran, con un missile lanciato verso Diego Garcia, ha dimostrato di poter facilmente colmare.




