L’Europa e i due pesi per Netanyahu e Putin: le mediazioni che dividono

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i leader europei, riuniti al G7 tra il 15 e il 17 giugno, hanno reagito con sdegno alla suggestione di Trump di coinvolgere Putin come mediatore tra Israele e Iran, pochi hanno notato la discrepanza con cui Bruxelles tratta le parole del Cremlino rispetto a quelle di Netanyahu. Se Mosca, nonostante il conflitto in Ucraina, ha evitato toni apertamente incendiari verso Kiev – limitandosi a minacce calibrate, come quelle di Medvedev su Telegram il 21 giugno – il premier israeliano ha invece usato un linguaggio ben più aggressivo, definendo «degenerati» gli stessi leader europei che oggi criticano l’ipotesi di una mediazione russa.

Putin, dal canto suo, ha negato ogni intenzione di farsi intermediario, durante il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo. «Non spetta a noi mediare», ha dichiarato, pur lasciando intendere che Mosca potrebbe «suggerire idee» per ridurre la tensione. Una posizione ambivalente, che riflette i legami complessi della Russia con entrambi gli attori: storico alleato dell’Iran, con cui condivide accordi di cooperazione civile (ma non militare), il Cremlino mantiene anche rapporti con Israele, dove risiede una significativa minoranza russofona.

Eppure, è proprio la retorica di Netanyahu a sollevare interrogativi. Mentre Medvedev, fedelissimo di Putin, ha minacciato ritorsioni nucleari in caso di uso di «bombe sporche» da parte ucraina – paragonando le conseguenze a Chernobyl –, il tono israeliano verso Teheran è stato altrettanto duro, senza che l’Europa vi opponesse la stessa fermezza riservata alle dichiarazioni russe. Trump, dal vertice del G7, ha sottolineato questa contraddizione, insistendo sul ruolo pragmatico che Mosca potrebbe giocare.

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