Rientrati in Italia i tre poliziotti bresciani bloccati a Doha: atterrati a Pratica di Mare con un volo militare
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Redazione Interno
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Si è conclusa nella tarda serata di ieri la vicenda che aveva tenuto con il fiato sospeso le famiglie di tre agenti della polizia di Stato, in forza all’Ufficio immigrazione e espulsioni della questura di Brescia, rimasti bloccati in Medio Oriente a causa dell’improvvisa escalation del conflitto che ha coinvolto l’Iran e, di riflesso, l’intera area del Golfo. I tre poliziotti, la cui permanenza nella regione si era protratta oltre il previsto a seguito della chiusura degli spazi aerei e della conseguente cancellazione di decine di voli commerciali, hanno finalmente potuto fare rientro sul territorio nazionale grazie a un ponte aereo organizzato in extremis dalle autorità italiane. Decollati da Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, dove erano giunti dopo un complesso trasferimento via terra da Doha, gli agenti sono atterrati presso l’aeroporto militare di Pratica di Mare, a sud di Roma, per poi essere attesi a Brescia soltanto nella mattinata odierna, dove potranno riabbracciare i propri cari. La loro odissea, seppur conclusasi positivamente, rappresenta solo uno dei tanti frammenti di un mosaico ben più ampio e complesso, quello che vede ancora centinaia di connazionali sparsi tra Qatar, Emirati Arabi Uniti e altre nazioni limitrofe, in attesa di un corridoio sicuro per tornare a casa.
Dalle vacanze in paradiso all’incubo dei missili: le storie dei turisti italiani nel Golfo
Mentre i tre poliziotti bresciani festeggiano il ritorno, la tensione rimane altissima per molti altri italiani la cui vacanza si è trasformata in una vera e propria trappola. Tra questi, la famiglia di Beniamino Fracchiolla, 42 anni, originario di Civitanova Marche, rimasto bloccato a Doha insieme alla moglie e alla figlia di sedici anni. Quella che doveva essere una breve vacanza si è trasformata in un'attesa snervante, costantemente interrotta – come raccontano loro stessi – dagli allarmi e dal rumore sordo dei missili intercettati nei cieli della città. Un'esperienza, la loro, che si aggiunge a quella di una coppia di giovani pisani, Christian e Martina, di 23 e 20 anni, rientrati da una vacanza in Thailandia e in transito proprio nello scalo di Doha quando è scattato il blocco. La loro testimonianza, rilasciata alla stampa locale, dipinge un quadro di profonda disorganizzazione e solitudine: rimasti per ventotto ore in piedi in aeroporto, sono stati letteralmente “sballottati come pacchi” da un gate all’altro, senza ricevere indicazioni chiare né dalla compagnia aerea né, almeno inizialmente, dalle rappresentanze diplomatiche italiane. Solo in un secondo momento, dopo essere stati spostati in un centro congressi e poi in diversi hotel, hanno ricevuto una comunicazione dall’Unità di Crisi della Farnesina che suggeriva loro di raggiungere Riad via bus, un’ipotesi che hanno giudicato poco praticabile, se non pericolosa, considerati gli attacchi subiti dalla capitale saudita.
L’assedio a Doha e le speranze dei turisti pugliesi: tra allarmi e divieti di uscire
Ancora più emblematica è forse la situazione di un gruppo di tre amici di Ginosa, in provincia di Taranto, sorpresi dagli eventi mentre soggiornavano in un hotel di lusso a Doha. Silvestro De Stena, sottufficiale della Marina militare, Francesco Bianco e Vito Busto si trovavano in piscina, al quarantaquattresimo piano del loro albergo, quando un boato enorme ha squarciato il silenzio, subito seguito da un messaggio di allerta del governo qatariota che intimava di rientrare immediatamente nelle stanze e di non sostare in luoghi aperti o affollati. Da quel momento, la loro vacanza, programmata con mesi di anticipo, si è trasformata in una reclusione dorata ma pur sempre forzata, con la piscina chiusa e gli spostamenti limitati alla hall e alla loro suite. Se da un lato l’assistenza dell’hotel e i contatti quotidiani con l’ambasciata italiana, che li ha rassicurati su una possibile riapertura degli spazi aerei, hanno lenito in parte l’ansia, dall’altro permane la frustrazione per le escursioni saltate e l’impossibilità di programmare con certezza il ritorno.
La macchina dei rientri: cento connazionali tornati da Dubai, ma migliaia sono ancora lì
Parallelamente alle storie di chi ancora attende, si registrano però anche i primi, significativi, successi nella complessa operazione di rimpatrio messa in campo dal governo. Nella stessa serata di ieri, infatti, un volo militare ha riportato in Italia un altro gruppo di cento italiani che erano rimasti bloccati a Dubai, uno degli epicentri della crisi insieme alla vicina Abu Dhabi. Si tratta di una goccia nel mare, se si considerano i numeri diffusi dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che parla di circa settantamila connazionali presenti nell’area del Golfo tra residenti stabili e temporanei. Una cifra impressionante, che sale a quasi centomila se si considerano anche gli italiani in Israele, e che dà la misura dell’immane sforzo logistico e diplomatico in corso. La Farnesina, attraverso l’istituzione di una “Task Force Golfo”, sta lavorando su più fronti: da un lato garantendo assistenza e alloggi a chi è rimasto negli hotel, dall’altro cercando di traghettare i connazionali verso aeroporti considerati sicuri, come quelli dell’Arabia Saudita o dell’Oman, da dove farli poi decollare con voli speciali o, laddove possibile, con i primi voli commerciali la cui programmazione sta lentamente riprendendo. Un'operazione complessa, ostacolata dal fatto che le compagnie europee, inclusa ITA Airways, hanno il divieto di sorvolare le aree di conflitto, costringendo i rientri a dipendere esclusivamente dai vettori locali e dai corridoi aerei messi a disposizione dai paesi del Golfo.




