Manovra, allo studio una tassa sulla rivalutazione dell'oro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre la Legge di Bilancio affronta il suo iter più delicato in Parlamento, con audizioni e trattative serrate, un'ipotesi fiscale inedita sta prendendo consistenza nei palazzi governativi, dove si cerca una soluzione per compensare l'eventuale abbandono della norma che aumenta la tassazione sui dividendi infragruppo. L'attenzione, in un contesto di rigore di bilancio che non prevede sforamenti dei saldi definiti, si è dunque spostata su un bene rifugio per antonomasia, l'oro, il cui andamento dei prezzi, peraltro, è stato tutt'altro che lineare. Basti pensare che, dopo aver toccato un record storico positivo solo il giorno prima, le quotazioni del metallo giallo hanno subito un crollo improvviso, registrando quella che è stata definita la peggior performance in un singolo giorno degli ultimi dodici anni.

Una possibile alternativa alla tassa sui dividendi

L'idea che circola con insistenza, e che mira a raccogliere fino a due miliardi di euro, è quella di applicare una tassazione sulle plusvalenze generate dalla compravendita di lingotti e monete, un intervento che, se confermato, andrebbe a replicare il modello già disegnato per la fiscalità delle criptoattività. L'obiettivo dichiarato, come emerso dalle discussioni tecniche, non è quello di introdurre un prelievo gravoso, bensì di istituire un'imposta di modesta entità che abbia il merito di far emergere una ricchezza attualmente non soggetta a tale forma di tassazione, garantendo allo Stato un gettito significativo e, al contempo, disinnescando una delle misure più criticate della manovra.

Il rally e le oscillazioni del metallo prezioso

La proposta arriva in un momento di grande volatilità per il mercato dell'oro, il quale, nonostante un rally rialzista protrattosi per mesi, ha mostrato tutta la sua imprevedibilità con un calo vertiginoso, superiore al sei percento, che ha di colpo eroso una parte consistente dei guadagni accumulati dagli investitori. Quelle oscillazioni, che da sempre caratterizzano il settore, rendono complessa qualsiasi valutazione, ma rappresentano proprio il movente per cui si ritiene esistano ingenti plusvalenze non dichiarate, le quali, se messe a regime fiscale, potrebbero costituire una solida base imponibile.

Il parallelo con la normativa sulle criptovalute

Il meccanismo allo studio, del quale si discute per trovare le risorse utili a coprire un fabbisogno di circa un miliardo, sembra ispirarsi in modo esplicito alla disciplina già prevista per gli asset digitali, mirando a colmare un vuoto normativo che finora ha esentato dalla tassazione i profitti realizzati con il metallo giallo. Si tratterebbe, in sostanza, di un tentativo di allineare la fiscalità di uno degli investimenti più antichi del mondo a quella di strumenti finanziari moderni, in un'ottica di equità e di adeguamento del sistema tributario all'evoluzione dei mercati.

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