Cargo aereo, nel 2026 sotto pressione ma ancora redditizio
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Redazione Economia
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La chiusura dello Stretto di Hormuz, avvenuta alla fine di febbraio di quest'anno, ha innescato uno shock energetico e logistico senza precedenti, le cui ripercussioni si fanno sentire con particolare violenza nel settore del trasporto aereo. Il jet fuel, il carburante utilizzato dagli aeromobili, viaggia ora a una media di 152 dollari al barile, segnando un incremento del 68,8% su base annua.
Questo scenario, come si è appreso durante l’ultima assemblea della Iata a Rio de Janeiro, sta comprimendo i margini dell'intero comparto: gli analisti stimano per il 2026 un utile netto dimezzato a 23 miliardi di dollari, con un margine che scende al 2%, un dato finanziario – questo sì – che non si vedeva dai tempi oscuri della pandemia. Eppure, paradossalmente, i fatturati continuano a crescere, segno evidente che la domanda di mobilità, seppur scalfita, resta un traino poderoso nonostante le turbolenze geopolitiche.
Il crollo della stiva e il boom dei cargo puri
La crescita del trasporto passeggeri globale, inevitabilmente, rallenta al 2,1%, ma è nel dettaglio regionale che si legge la vera portata della crisi. Il Medio Oriente, tradizionale crocevia del traffico intercontinentale, è in caduta libera con un -11,4%, un tracollo dovuto alla chiusura degli spazi aerei e all’instabilità operativa.
E questa perdita di capacità ha un effetto domino immediato sul cargo: la cosiddetta "capacità belly", ovvero lo spazio merci nelle stive dei voli di linea, è venuta meno in quella zona critica, sottraendo spazio vitale al trasporto merci. Ne consegue una pressione insostenibile sui rendimenti del cargo dedicato, schizzati al +6,2% nel primo trimestre e addirittura a un picco del +33,1% ad aprile.
Le merci, quindi, viaggiano dove c'è spazio, e quello spazio oggi è quasi esclusivamente nella pancia dei veloci aerei dedicati al solo trasporto, che diventano improvvisamente una risorsa strategica e costosissima.
Le stime Iata e il peso di cento miliardi
Secondo le rilevazioni della Iata, l’associazione internazionale che riunisce i vettori, le compagnie aeree si troveranno a sostenere una spesa aggiuntiva di circa 100 miliardi di dollari per i soli carburanti rispetto al 2025. Il direttore generale, Willie Walsh, ha spiegato che "le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente e l’aumento dei costi del carburante hanno peggiorato le prospettive per le compagnie aeree".
Un aumento del 70% del prezzo del cherosene in così poco tempo – ha aggiunto – non poteva essere assorbito completamente, nemmeno con l’adeguamento delle tariffe o con una maggiore efficienza operativa. Ne consegue una fotografia a tinte fosche per i bilanci: se i ricavi volano, la redditività arranca, e la forbice tra costo del capitale (stimato all’8,5%) e rendimento del capitale investito (fermo al 4,3%) si allarga pericolosamente.
L'inverno alle porte: meno voli, tariffe in salita
Guardando al futuro immediato, quello dell'autunno e poi dell'inverno, il quadro non accenna a migliorare. Dopo il picco della stagione estiva, storicamente la più redditizia, molte compagnie stanno già valutando una riduzione strutturale dell'offerta. Meno voli disponibili, specialmente su quelle rotte a medio raggio dove la concorrenza del treno o dell'auto diventa proibitiva con i biglietti aerei alle stelle, e tariffe più alte per i passeggeri che restano.
La bolletta energetica, più pesante di circa 100 miliardi, costringerà i vettori a razionare le risorse, concentrandosi sulle tratte a più alta redditività e tagliando quelle periferiche. Il rischio, concreto, è che il trasporto aereo diventi un lusso sempre più elitario, mentre il settore cargo – pur sotto pressione – trattiene quel pizzico di redditività in più che gli consente di non affondare del tutto in questa tempesta perfetta di costi e conflitti.




